ZALONE CHIEDE “CENTO CHILI DI PERMESSI DI SOGGIORNO” E NOI DOVREMMO ASCOLTARLO

si tratta di un film politico e, in questo senso, siamo davanti a un’opera straordinariamente efficace. invece di dividerci faremmo bene a riflettere tutti.

Tolo tolo di Checco Zalone è un gran film. E con ciò non intendo dire che si tratti di un film qualitativamente superlativo, perché non lo è. Non è nemmeno un film particolarmente divertente, siamo parecchio distanti dalla comicità irrefrenabile di “Cado dalle nubi” o di “Quo vado”. Tolo tolo merita però lo spazio dell’editoriale politico perché si tratta di un film politico e, in questo senso, siamo davanti a un’opera straordinariamente efficace.

Registicamente è un lavoro con ampi margini di miglioramento. Succedono tante cose in troppo poco tempo e così la sensazione è di trovarsi di fronte a una serie di eventi messi in fila. Quando appaiono i titoli di testa il protagonista ha già declamato un monologo e aperto un esercizio commerciale, è riuscito a fallire e persino a cercare un narrativamente inspiegabile rifugio in Africa. Troppo per cinque soli minuti di film: del resto Zalone non è un regista.

Zalone però, per fortuna, è Zalone: un artista di rara intelligenza, capace di cogliere le contraddizioni della società contemporanea e di sbattercele in faccia senza filtri. In Tolo tolo questo avviene più che mai. E’ semplicistico definirlo un film pro migranti, come lo hanno superficialmente liquidato alcuni commentatori. Questo è prima di tutto un film sui migranti o, meglio, sul dramma che si consuma ogni giorno a pochi chilometri da casa, nel nord Africa. In seconda battuta, e tramite lo stratagemma narrativo dei migranti, questo è un film su di noi, privilegiati ospiti della società occidentale. Mi verrebbe da dire su quanto facciamo schifo.

Tutti noi – si badi bene – non solo una parte: il distaccato cinismo di Zalone non salva nessuno. Ne esce con le ossa rotte l’elettore-tipo della Lega o di Meloni, con le sue piccinerie, l’esclusivo interesse al tornaconto monetario e reputazionale, pronto a declamare a caso un “prima gli italiani” per accaparrarsi la benevolenza del pubblico in una trasmissione tv. Non tocca un destino migliore al fenotipo del Cinquestelle, passato dal concorso in polizia al ministero degli esteri grazie a una casuale sequenza di colpi di fortuna, irrimediabilmente ignorante e inadeguato, però supponente. Anche i campioni del “accogliamoli tutti”, però, non se la passano meglio, magistralmente rappresentati da un giornalista francese protagonista delle copertine più alla moda e pronto a tradire gli ideali tanto sbandierati quando questi non convengono più (memorabile la reazione di Zalone all’insopportabile e paternalistico declamare del giornalista trombone: “i più poveri sono quelli che hanno solo i soldi”). Infine, capolavoro del virtuosismo, sono perduti anche quei migranti che migranti non sono più: giunti in Italia, hanno imparato in fretta ad adeguarsi agli standard occidentali e sponsorizzano libri sulla difficile condizione del migrante, tra un’ospitata tv e un finger food.

Questo è, per Zalone, il mondo occidentale: un’accozzaglia di bambini viziati che gioca a dividersi tra squadra rossa e squadra nera, tra conformisti e anticonformisti, tutti però, irrimediabilmente vittime delle rispettive ipocrisie. Mentre questo mondo discute, di là la gente, molto più banalmente, muore. E senza tanta prosopopea. E’ uno Zalone arrabbiato quello che alla fine si rifugia tra elefanti e cicogne mignotte, in una scena memorabile (e oggettivamente commovente) che rievoca Mary Poppins, quasi a voler addolcire con i cartoni animati una realtà ipocrita e insopportabile. Uno Zalone arrabbiato che promette di tornare “con cento chili di permessi di soggiorno” per tutti quei bambini che hanno avuto la sola colpa di essere nati sulla sponda sbagliata del Mediterraneo. Intanto i permessi di soggiorno per quei bambini, poi parliamo del resto: con buona pace dell’estenuante divisione tra buonisti e sovranisti.

Purtroppo le reazioni dei media italiani a questo film si sono mostrate la migliore conferma del fatto che Zalone, ancora una volta, ci ha visto giusto. I fan dei porti chiusi a criticare l’artista, i sostenitori dei porti aperti a spellarsi le mani: a discutere sui contenuti non ci è rimasto nessuno.

Perché se questo film lo si prendesse sul serio, forse una qualche riflessione un po’ più elaborata la si potrebbe pure azzardare. Una tra le tante: per anni l’Italia si è divisa sull’emergenza migranti tra la linea Salvini e la linea Minniti/Gentiloni (che poi era la medesima dei governi Berlusconi). Secondo la prima, i migranti andrebbero sostanzialmente lasciati morire in mare, secondo la seconda non andrebbero proprio fatti partire, tramite convenzioni da stipularsi con il governo libico. Il quale governo libico, è risaputo, ha escogitato un metodo efficacissimo per impedire le suddette partenze: ha costruito dei lager. Quindi, in definitiva, l’opinione pubblica italiana si è scannata per anni su quale fosse la migliore metodologia per sterminare i migranti: annegarli o trucidarli dopo colate di plastica fusa sulla schiena? Un bel dilemma da sciogliere, tra un finger food e l’altro.