VIENNA CENSURA RADETZKY A CAPODANNO: E’ UNA MARCIA NAZISTA

IL POLITICAMENTE CORRETTO COLPISCE ANCORA: QUESTA VOLTA LA VITTIMA E’ LA CELEBRE MARCIA DI RADETZKY NELLA VERSIONE APPLAUDITA DA TUTTO IL MONDO AL MUSIKEVEREIN DI VIENNA

Ci sono talvolta alcuni piccoli gesti simbolici e apparentemente di poco valore, che però rappresentano bene il senso di un’epoca. Uno di questi si consumerà mercoledì primo gennaio, nella sala d’oro del Musikeverein di Vienna, dove, per la prima volta, il celeberrimo concerto di Capodanno (biglietti introvabili o reperibili a costi folli, 40 milioni di spettatori collegati da 90 Paesi del mondo) si concluderà in maniera differente. Il nuovo anno non prenderà più il via con il consueto arrangiamento della Marcia di Radetzky, accompagnato dall’abituale battimani ritmico del pubblico, bensì con una versione più sinfonica e morigerata del brano di Strauss. Niente percussioni, niente toni trionfali, niente note scandite: una marcia senza marcia, insomma.

Le ragioni di una simile scelta le hanno spiegate, senza giri di parole, i musicisti della Wiener Philharmoniker, in accordo con il direttore d’orchestra, Andris Nelsons: la versione classica della Marcia di Radetzky è nazista. Pensate: così nazista che i milioni di persone che l’applaudono da decenni ogni primo gennaio non se ne sono mai accorti.

L’arrangiamento noto in tutto il mondo è in effetti frutto di un rimaneggiamento di Weninger, compositore iscritto al partito nazista e autore di marce di regime, ma non è davvero questo il punto. La questione, semmai, è che nel nome del politicamente corretto si mette all’indice, per l’ennesima volta, una tradizione molto amata e del tutto innocua. Per un ossequio al simbolismo e alla carineria delle forme si calpesta la sostanza.

Quello che i campioni del politically correct sembrano non riuscire a comprendere è che la forma è spesso sostanza e che la loro pruderie, buona per ricevere qualche applauso nei salotti che contano, finisce per sollecitare anche alcune conseguenze concrete. Vale per Radetzky ma vale anche per la demonizzazione del presepe: a prescindere dalle più disparate preferenze culturali e politiche, le tradizioni hanno un peso e un significato. Rappresentano un’identità, un porto sicuro, una zona di comfort. Pretendere di sradicarle senza alcun motivo serio ma per eccesso di cautela rischia di provocare esattamente l’effetto antitetico rispetto a quello auspicato: ovverosia una reazione popolare opposta di fronte a uno strappo incomprensibile e, come tale, percepito come esagerato e ingiusto.

Se prima tutti applaudivano la marcia militare di Radetzky per brindare pacificamente e con genuina speranza al nuovo anno, sulla scia del suo ritmo frizzante, probabilmente, da domani in poi, qualcuno inizierà ad ascoltare quel brano strizzando l’occhio ai “tempi che furono”, anche solo per semplice provocazione. E’ quasi una legge matematica: gli eccessi vengono soventemente compensati da eccessi opposti (e dei suddetti eccessi opposti, onestamente, non si avverte proprio alcun bisogno). D’altra parte che l’ostentazione di certi buonismi al caviale abbia contribuito, per reazione, all’elezione dei vari Trump in giro per il mondo è sotto gli occhi di tutti. Ciononostante ci risiamo: sembra proprio che certe lezioni non vengano mai introiettate.