VEDRANNO MAI LE SBARRE I MANAGER COLPEVOLI DI THYSSENKRUPP?

Le immagini del disastro

Torino – Era da poco passata la mezzanotte del 6 dicembre 2007 quando un’esplosione nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino costò la vita a sette operai. La disgrazia, considerata come uno degli incidenti più gravi avvenuti sul posto di lavoro nell’Italia contemporanea, potrebbe rimanere impunita.

Infatti i due manager tedeschi Harad Espenhahn e Gerald Priegnitz, condannati rispettivamente in Cassazione a 9 anni e 8 mesi e 6 anni e 3 mesi, non hanno scontato ancora un giorno di galera. E probabilmente non vedranno mai le sbarre. A poco è servita la “conversione” della sentenza emessa dal Tribunale Superiore di Hamm lo scorso febbraio che ha ridotto ai due manager la pena a 5 anni (il massimo previsto dalla legislazione tedesca per il reato di omicidio colposo), Espenhahn e Priegnitz sembrerebbero superiori anche allo stesso codice penale.

Ma come si usa dire, oltre il danno anche la beffa. I legali dei condannati, infatti, avrebbero presentato una richiesta di semilibertà che verrà valutata nelle prossime settimane. Una richiesta che qualora venisse accolta mostrerebbe emblematicamente il differente peso che hanno le vite dei lavoratori e quelle dei manager.

I due manager

I due condannati avrebbero usato l’emergenza prodotta dal Covid-19, e la conseguente riduzione dell’attività giudiziaria, per evitare il trasferimento nel penitenziario. In favore dei manager anche il perdurare del contratto di lavoro che ThyssenKrupp ha mantenuto con i due funzionari che attualmente continuano a lavorare nel quartier generale di Duisburg.

Una doppia beffa dunque. Sia per i parenti delle vittime che per i manager italiani coinvolti e condannanti in via definitiva fra cui l’ex manager della Tk Raffaele Salerno (8 anni e 6 mesi), Daniele Moroni (7 anni e 6 mesi), Marco Pucci (6 anni e 10 mesi) e Cosimo Cafueri (6 anni e 8 mesi). Tutti e quattro si presentarono spontaneamente in carcere la sera stessa in cui la Cassazione aveva emanato la sentenza.

Tombale è stata la reazione di Rosi De Masi, madre di Giuseppe, l’operaio che perse la vita a soli 26 anni: “…Io non sentirò più la voce di mio figlio, i suoi baci. Sono degli assassini, ma come fanno?…”. Come darle torto?