UN CALCIO ALLA PANDEMIA O A NOI STESSI?

Il 20 giugno riparte il campionato di calcio. Finalmente una buona notizia: uno squarcio di luce dopo un lungo periodo di buio. Ma non sarà il calcio di prima, piuttosto un surrogato.

Diamo un “calcio” alla pandemia, è proprio il caso di dirlo. Non si sta’ parlando del minerale presente al 99% nelle ossa e nei denti di tutti i comuni mortali, né dell’ipotetico calcio che possiamo infliggere allo spietato virus Covid-19 per debellarlo ma, molto più semplicemente, dello sport che più appassiona gli italiani. Il 20 giugno ripartirà il campionato di calcio della serie A, il 13 giugno si disputeranno le semifinali di ritorno della coppa Italia, con finale il 17 dello stesso mese. Era ora, “finalmente una buona notizia: uno squarcio di luce dopo un lungo periodo di buio” hanno gridato ai quattro venti gli appassionati dello sport più bello del mondo, stanchi di rimanere rintanati in casa per rivedere le solite partite del passato. Una sorta di “com’eravamo” su Rai sport o su Sky per non perdere il contatto con lo sport intorno al quale si muove, o meglio si muoveva, un giro d’affari di svariati miliardi di euro, calcolando diritti televisivi, sponsor ed indotto che produce (meglio dire produceva) lavoro per un consistente numero di addetti. Tutte manifestazioni sportive agonistiche hanno subito il fermo globale a seguito del DPCM del marzo scorso.

La FGCI, nella prospettiva di un’imminente ripresa del campionato, ha inviato qualche giorno fa al governo il protocollo per riprendere le partite. Il via libera del governo è stato dato il 28 maggio scorso dal ministro dello Sport Vincenzo Spadafora. Approvato anche un piano b, con l’adozione di eventuali play off per decidere gli esiti del torneo, ed un piano c con la ratifica della classifica del campionato al momento di una eventuale sospensione definitiva. Coi bilanci in rosso di quasi tutti i club è una boccata d’ossigeno: arriverà, infatti l’argent dei diritti tv ovvero circa 230 milioni di euro da parte di Sky e Dazn, le due emittenti televisive che trasmettono le partite di calcio a pagamento. Soldi che sono vitali per un sistema che comunque produce perdite e che si deve tenere in piedi per forza. Purtroppo in Italia si applica la famosa formula “Debito pubblico, ricchezza privata”, in questo caso il deficit del sistema calcio nel suo insieme ma non per gli imprenditori o i gruppi finanziari che hanno investito nel calcio e che, nella migliore delle ipotesi, ci hanno guadagnato. Nella peggiore non ci hanno rimesso. Tanto alla fine “paga sempre Pantalone come si usa dire nella tradizione popolare, nel senso che a pagare è sempre il povero cittadino/suddito, costretto ad accollarsi le spese degli sprechi senza ricavarne alcun vantaggio. “Debito pubblico, ricchezza privata” infatti è il titolo di un famoso saggio pubblicato nel 1986 da Filippo Cavazzuti, politico ed economista, docente presso l’Università di Bologna, in pieno “craxismo”, periodo nel quale il debito pubblico schizzò dal 60% nel rapporto col pil degli anni’70 al 120%, considerato da molti studiosi di scienze sociali e politiche l’inizio della débacle economico-finanziaria dei decenni successivi.

Ora se è vero come scrisse lo scrittore argentino Luis Borges che: “ogni volta che un bambino per strada prende a calci qualcosa, lì comincia la vita” e nel suo libro: “Splendori e miserie del gioco del calcio”, lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano fece emergere con tutta la sua poetica narrativa il concetto di calcio come “arte, religione, bellezza, linguaggio universale e interclassista, modo per riconoscersi e ritrovarsi” e aggiungerei il “ritornare per un attimo bambino”, per soddisfare l’eterno fanciullino che è in noi di pascoliana memoria, è altrettanto vero che, ahimè, è diventato un grumo di interessi economici spesso di difficile interpretazione.

E’ tuttavia probabile prevedere la difficile se non impossibile attuazione del protocollo approvato dal comitato tecnico-scientifico (ne sono sorti tanti in questo periodo di pandemia, quasi uno per ogni atto amministrativo approvato) perché nella migliore delle ipotesi, sperando che non ci sia alcun contagio, non sarebbe più calcio almeno come lo abbiamo conosciuto fino ad ora: contatto fisico, agonismo elevato, imprecazioni, assembramenti contro l’arbitro, esultanze gioiose dei protagonisti e del pubblico. Quello che si manifesterà sarà qualcos’altro dal calcio tradizionale, un altro sport, forse. Nella peggiore delle ipotesi si potrà assistere ad un prevedibile aumento dei casi di contagio, com’è avvenuto nella bundesliga, il campionato tedesco, già ripreso.

Ancora una volta trionfa il concetto dell’essere umano come merce: riaprire tutte le attività col virus ancora in corso, tanto un migliaio di morti in più o in meno cosa vuoi che siano, purché il carrozzone che produce profitto vada avanti, confindustria docet. D’altronde i nostri padri latini ce l’hanno insegnato: panem et circenses da dare in pasto al popolo bue, con i calciatori novelli gladiatori e lo stadio in sostituzione dell’arena.