SONO TROPPE, PERICOLOSE E INQUINANO TERRA E MARE

Le raffinerie in Italia producono milioni e milioni di tonnellate di carburanti diversi. Ma a fronte di quanto rendono, quanto ci avvelenano? I numeri in un report assai interessante di POP.

Dopo la chiusura, la dismissione e la riqualificazione di diversi impianti, attualmente, le raffinerie ancora operative in Italia sono 11:

4 al nord:

Trecate capacità produttiva 9 milioni tonnellate annue

Sannazzaro de’ Burgondi 10 milioni tonnellate annue

Busalla 2 milioni tonnellate annue

Ravenna 0,5 milioni tonnellate annue

 

2 al centro:

Falconara Marittima 4 milioni tonnellate annue

Livorno 4,2 milioni tonnellate annue

 

5 al sud e isole

Taranto 6,5 milioni tonnellate annue

Sarroch 15 milioni tonnellate annue

Milazzo 10 milioni tonnellate annue

Augusta 10 milioni tonnellate annue

Priolo Gargallo 16 milioni tonnellate annue

 

Queste ultime due ricadono nel polo industriale siracusano che si estende lungo i territori di Augusta, Melilli e Priolo Gargallo.

Ma se la Sicilia piange, la Puglia non ride. Il polo pugliese Eni di Taranto, infatti, in base alle direttive Seveso, è classificato come stabilimento ad alto rischio incidente , tanto che almeno sino al 2017 sono state costatate presenze inquinanti nelle acque oltre ai limiti di legge. 

I numerosi disastri ambientali sono pagine nere della recente storia dell’umanità, anche se a volte rimosse dalla memoria collettiva. Il dibattito si riaccende solo nel momento in cui accade una nuova emergenza, ma tristemente si spegne dopo poco.

Non vogliamo annoiarvi con numeri, percentuali e sostanze chimiche dai nomi sconosciuti ai più, ma il fatto che la dismissione di un impianto sia particolarmente onerosa, a causa della contaminazione dei terreni circostanti, la dice lunga su quanto l’ambiente abbia pagato al pericolo chiamato “raffinazione”.

Se è pur vero che le raffinerie sono un tassello essenziale per lo stile di vita attuale va, purtroppo, considerato che nessun processo, chimico o fisico, può mai lasciare immutato l’ambiente che lo circonda; pertanto, sebbene sia auspicabile, a breve, la definitiva dismissione o riconversione di tutti gli impianti presenti nella nostra bella penisola, nell’attesa, sarebbe opportuno operare per un sempre minore impatto ambientale.

Noi di Pop abbiamo intervistato il Dott. Eugenio Cottone, di Legambiente, chimico, esperto nelle valutazione delle emissioni inquinanti e componente della Commissione AIA nazionale per conto del Comune di San Filippo del Mela (comune confinante con la parte industriale di Milazzo ndr) ed estensore della posizione divulgativa su sviluppo sostenibile del Consiglio Nazionale dei Chimici:

Dr. Cottone: conosciamo le drammatiche conseguenze ambientali del passato, ma quanto inquina oggi una raffineria?

Difficile quantificarlo, ad esempio, per la raffineria di Milazzo, già in passato si è prescritto che i gas di risulta, invece di bruciare in torcia, con combustione imperfetta, andassero ad alimentare i bruciatori degli impianti, eliminando quindi le emissioni prodotte dalla doppia combustione: da un lato gli impianti e dall’altro la torcia. Adesso, con le ultime prescrizioni si spera di convertire gli ultimi tre impianti rimasti con alimentazione non a gas. Vi è una oggettiva difficoltà su uno solo di questi impianti, ma si sta verificando se è tecnicamente superabile. Rispetto al passato, le emissioni di combustione hanno subito drastiche riduzioni, e le disposizioni date sono in linea con le riduzioni previste dal piano qualità aria, anche se lo stesso è temporalmente successivo.

Quanto tempo è necessario per dismettere o riqualificare un impianto di raffinazione, quali sono i costi?

Va considerato che impianti di questo genere una volta dismessi non restituiscono un territorio tecnicamente bonificabile, ad esempio, per uso residenziale o addirittura turistico. Nella C.T.E. di San Filippo del Mela, che è un raro esempio di bonifica attuata, ci sono voluti più di dieci anni di continui lavaggi del terreno per portarla ad una condizione di riusabilità per soli fini industriali. Di fatto, un utilizzo per fini civili è quasi una chimera. Quindi, la verità è che una dismissione della realtà produttiva diventerebbe una beffa per popolazioni che hanno già pagato, in termini di salute e di qualità dell’ambiente, un prezzo altissimo, e che si troverebbero a dovere pagare un prezzo alto in termini di occupazione, e di conseguenza di ricchezza economica di un territorio. Al contrario, debbono essere avviate politiche di conversione di questi impianti verso una produzione di carburanti non derivati dal petrolio, carburanti molto più “puliti” e che riducono a livelli accettabili l’impatto sul territorio, avviando quei circuiti economici sani chiamati con il nome di economia circolare

Sappiamo che è possibile rinunciare al petrolchimico, ma quale sono le tempistiche per l’addio definitivo? 

In realtà, come ho detto, non si tratta di rinunciare ai carburanti, che sono una forma eccezionale di accumulo di energia facilmente trasportabile, ma di rinunciare al petrolio, utilizzando per produrre tali carburanti CO2 prelevata dall’atmosfera o in forma diretta, si chiama sintesi di Sabatier ed è della fine del 800, o in forma indiretta sfruttando risorse vegetali, non utili e non in competizione con quelle alimentari. L’attuale limite di dimensione, che non li rende più competitive con le nuove mega raffinerie dei paesi arabi o della Russia, al contrario, risponderebbe al meglio per questa conversione che relegherebbe le puzze e l’inquinamento pesante ad un semplice sgradito ricordo. Consiglio per chi volesse rendersi conto del gap tra visione scientifica e politica, oggi alla ribalta sui cambiamenti climatici, di leggere il discorso di Giacomo Ciamician a New York del 1912 (Chimico Triestino, considerato un precursore dell’energia solare e pioniere della fotosintesi artificiale e della transizione energetica dall’utilizzo di fonti rinnovabili ndr).