SEPÚLVEDA, CI PIACE RICORDARLO COSI.

Sono uno scrittore perché non so fare altro che raccontare storie... Forse uno dei più grandi della letteratura contemporanea. Discusso e osannato ma sempre coerente.

Luis Sepúlveda.

Sono uno scrittore perché non so fare altro che raccontare storie. Ma sono anche un essere sociale, un individuo che rispetta se stesso e intende occupare un piccolo posto nel labirinto della storia. Da questo punto di vista sono il cronista di tutti coloro che giorno dopo giorno vengono ignorati, privati della storia ufficiale, che è sempre quella dei vincitori”. Così si descriveva Luis Sepúlveda, lo scrittore nato in Cile nel 1949 conosciuto da tutti, grandi e piccini, per i romanzi Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Storia di un topo e del gatto che diventò suo amico, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza e Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa. Si è spento mercoledì scorso in un ospedale di Oviedo, dove era ricoverato da febbraio perché risultato Covid positivo.

Cresciuto in un quartiere proletario di Santiago del Cile a 13 anni, durante la presidenza di Salvador Allende si era iscritto al Partito Socialista ed era entrato a far parte della guardia personale del presidente cileno. Nel 1973, dopo il colpo di stato con cui si era instaurata la dittatura di Pinochet, fu arrestato e torturato e venne liberato sette mesi dopo per le pressioni di Amnesty International. La libertà durò ben poco, dato che seguì un secondo arresto che lo condannò all’esilio. Durante il suo girovagare, nel 1979 in Nicaragua si unì alle Brigate Internazionali Simon Bolivar, per poi arrivare in Europa.

Durante il regime di Pinochet lo scrittore fini in carcere.

Sepúlveda era innamorato dell’Italia e gli italiani ricambiavano lo stesso sentimento, considerati gli otto milioni di copie vendute. Ha vinto il Premio Hemingway per la Letteratura, il Premio Chiara alla carriera ed è stato insignito di una Laurea Honoris Causa in Lettere dall’Università di Urbino. Nel 2014 fu anche il vincitore del Premio Internazionale alla Carriera, nell’ambito della Rassegna Letteraria di Vigevano. La giuria motivò la sua scelta descrivendo Sepúlveda come un autore “amante dei classici italiani come Salgari, creatore nella sua narrativa di simboli sentimentali che appartengono a tutti, adulti e bambini, e per la sua vita piena e avventurosa”. Lo scorso ottobre aveva compiuto 70 anni festeggiati a Milano in un evento organizzato dalla sua casa editrice italiana, Guanda. A marzo era atteso di nuovo in Italia per la conferenza stampa che avrebbe anticipato e inaugurato il salone del libro di Napoli, Napoli città libro, evento poi cancellato a causa della pandemia.

Il grande amore con Carmen Yanez.

“… Ho intervistato diverse volte Sepúlveda” dice Alessandra Tedesco, giornalista per Radio 24 dove conduce la rubrica Il cacciatore di libri, dedicata agli scrittori di narrativa e consulente per festival letterari tra cui la Rassegna Letteraria Città di Vigevano “è, e resta, una grandissima personalità, sia per quello che ha scritto, che per il suo impegno civile e politico. Ricordo ancora quell’intervista in cui mi raccontò dell’esilio. Era il 2010, era un libro di racconti in cui parlava dell’esilio cui lui stesso era stato costretto. Mi disse che dell’esilio non gli mancava il Cile o la cucina cilena, ma ‘la forma dell’essere cileno’. Questa cosa mi colpì molto, perché lui si sentiva profondamente cileno nella forma dell’essere: sociale, divertente, molto comunicativo, come tutti i latinoamericani e per tutta la sua vita lui, come tante altre persone costrette all’esilio, ha cercato di costruire l’essere cileno in qualunque Paese sia andato ad abitare. Avevano pesato tantissimo gli anni di carcere e le torture, ma Sepúlveda fu un uomo che trasformò i dolori e le sofferenze che aveva dovuto subire in qualcosa di costruttivo, non solo una bandiera ideologica…”.

Sepúlveda, un ombre cileno per la libertà.

Anche la moglie Carmen Yáñez ricorda il suo “essere cileno”. “Luis era un hombre cileno e in Cile voglio riportarlo. O meglio, Luis voleva tornare in Patagonia così, quando sarà finita quest’emergenza, ci tornerò per disperderne le ceneri nelle acque dell’oceano”.

Tra gli altri capolavori vanno citati Il mondo alla fine del mondo, La frontiera scomparsa, Diario di un killer sentimentale, Patagonia Express e Storie ribelli in cui ha ripercorso oltre 40 anni di vicende personali e corali.