SECONDA MANO: UN AFFARE COLOSSALE. PER POCHI.

Onlus e ONG, soprattutto in Africa, speculano su centinaia di tonnellate di abiti usati che fruttano ottimi proventi mentre le popolazioni del Terzo Mondo diventano sempre più povere. Un mercato sommerso dove è facile guadagnare sfruttando il disagio di milioni di persone.

Sodalizi e associazioni Onlus e ONG, soprattutto in Africa, speculano su centinaia di tonnellate di abiti usati, che fruttano ottimi proventi, mentre le asfittiche popolazioni del Terzo Mondo diventano sempre più povere.

Le nostre città europee sono costellate di contenitori per depositare gli abiti che non usiamo più. Prima si portavano nei centri missionari che li distribuivano ai poveri. Da anni ormai questa imponente quantità di abbigliamento usato, e in seguito ritenuto non più utilizzabile, è diventata un business. Pare che i proventi della “lavorazione” degli indumenti vengano girati a enti benefici. Ma sarà veramente così? Andranno anche alle organizzazioni che si occupano dei poveri nel Terzo Mondo?

Se si dovessero smaltire i capi d’abbigliamento nelle discariche senza operare il riciclo, essi rilascerebbero nell’atmosfera massicce quantità di gas metano, che è 30 volte più potente dell’ormai temutissima CO2 nell’intrappolare il calore. ThredUp è il più grande negozio mondiale di acquisto e rivendita di capi usati, anche online e aumenta i suoi introiti ogni anno. Questi negozi diffusi un po’ ovunque nel mondo occidentale hanno un impatto positivo sull’ambiente, anche se i loro introiti sono frenati dalla concorrenza del mercato dell’abbigliamento che, a eccezione degli abiti griffati, opera prezzi molto bassi, soprattutto nel fast fashion.

A conti fatti, nell’America del Nord, nel 1990 si acquistavano 40 capi di abbigliamento per persona, nel 2016 si è arrivati a 65. Uno studio su 22 negozi svedesi ha dimostrato che gli esercenti di resale clothes hanno fatto risparmiare 1500 tonnellate di CO2 dispersa nell’aria in un anno. Il valore che equivale a far funzionare una casa per 115 anni. Un bel vantaggio per l’ambiente, non c’è che dire.

Nel 2015 gli americani hanno riciclato circa 2,5 milioni di abiti. L’equivalente di 1,2 milioni di auto rimosse dalle strade per un anno. I retailer accettano tutto ma il 50% almeno deve essere riutilizzato come abiti di seconda mano, il 25% diventa stracci e un altro 20% viene ridotto a piccoli pezzi e usato come fibra a bassissimo costo.

Ma vediamo che cosa succede in quei Paesi che importano il maggior numero di abiti usati. La Tanzania è un grande compratore di second hand clothing: il Paese africano importa più di 20 mila tonnellate al mese. A Dar es Salaam, la città più grande ed ex capitale, molta gente vive con un euro al giorno. Abitata da più di 4 milioni di cittadini, è una delle città più moderne dell’Africa dell’Est. È impressionante constatare come la maggior parte delle persone sia vestita con abiti di foggia europea e americana di seconda mano. Quasi in ogni angolo della città ci sono negozianti di second hand shops, enormi mercati all’aperto di abiti occidentali di seconda mano. Questa situazione ci fa ben comprendere che nessuna industria tessile può competere con manufatti gratuiti o a costo inferiore alla loro produzione. In Tanzania il second hand è nelle mani dei libanesi che vendono anche scarpe. In Europa, di contro, spicca per generosità la Germania.

I tedeschi si liberano annualmente di abiti e tessuti in ottime condizioni. Gli enti di solidarietà sociale che ricevono abiti dismessi per distribuirli ai poveri, in effetti ricevono 5 centesimi per chilo di tessuto. Coloro che li rivendono arrivano a lucrare 25 volte quel prezzo, specie in Paesi poverissimi come Zambia e Uganda.

In buona sostanza, la beneficenza dei ricchi è diventata un business per associazioni e sodalizi di Onlus e ONG che operano a scopo di lucro, e sta distruggendo l’industria tessile in molti Paesi africani. Tolto questo indotto economico a quelle popolazioni non rimane molto con cui sopravvivere.