SAGRE E FESTE PAESANE – RIMARRANNO SOLO UN RICORDO: POLVERIZZATA L’ECONOMIA LOCALE

Migliaia di ambulanti approfittavano di questa sorta di manifestazioni di piazza per vendere i loro prodotti genuini, spesso realizzati dagli stessi operatori. Con le restrizioni l'economia di filiera di questo importante indotto è stata annientata.

Di sagre in Italia se ne contano migliaia, ormai divenute un appuntamento fisso. Un giorno o più per valorizzare un prodotto tipico accompagnato da spettacoli e artigianato. Si svolgono in tutte le regioni, da Nord a Sud, e fanno parte della nostra folcloristica tradizione enogastronomica. Le sagre, le fiere, le feste paesane sfidano le egemonie delle multinazionali che impongono i gusti gastronomici. Il 73% degli italiani partecipa annualmente almeno ad uno degli eventi enogastronomici in programma.

Uno spaccato di autenticità e tradizione che rappresenta una vetrina per prodotti sicuramente d’eccellenza e vero e proprio business dal punto di vista economico. Si stima che gli italiani spendano complessivamente una cifra stimabile in 900 milioni annui. Rinunciare a tale giro di affari, soprattutto per le regioni del Sud, è una vera e propria sventura purtroppo inevitabile a causa dello stop imposto dal governo nell’ultimo DPCM che però lascia ancora spazio alle manifestazioni fieristiche di carattere nazionale e internazionale.

Niente sagre dunque, nemmeno con contingentamento dei partecipanti e mascherine. Avremo cosi un autunno senza ricorrenze paesane e le comunità locali e gli operatori ambulanti, che sfruttano gli eventi gastronomici come occasione di vendita dei loro prodotti tipici, dovranno trovare un altro modo per mettere in mostra e vendere i loro prodotti.

Già nei piccoli borghi a causa del Covid-19 sono stati duramente colpiti questi straordinari venditori al dettaglio e lo saranno ancora di più. Una vera tragedia. Un’alternativa potrebbero essere i tanti mercati degli agricoltori che si sono ormai diffusi nelle grandi e piccole città o gli spacci alimentari negli agriturismi, nelle cascine e nelle fattorie. Se non fosse che gran parte di questi ha già chiuso i battenti.

Coldiretti stima che circa 35mila venditori ambulanti lavorano grazie alle sagre di paese, scelte dagli italiani per i loro acquisti stagionali anche per la possibilità di comprare prodotti genuini a chilometro zero, senz’altro più convenienti. Scegliendo il chilometro zero, oltre a sostenere l’economia locale si abbattono i costi di spedizione e trasporto e si favorisce l’ecosostenibilità.  Il made in Italy e i prodotti Dop, Doc e Igp sono divenuti nel mondo sinonimo di qualità e agricoltura green e le sagre hanno contribuito alla loro diffusione.

L’Expo del pistacchio di Bronte, come da qualche anno viene denominata la famosa sagra dell’oro verde coltivato nel paese siciliano, nel 2020 non si è tenuta ma ancor prima che venisse imposto per decreto del presidente Conte. Si sarebbe dovuta svolgere l’ultimo weekend di settembre e il primo weekend di ottobre ma con l’emergenza pandemica non ci sarebbero stati i presupposti per attuare l’evento in sicurezza e impedire ai circa 100.000 visitatori di affollarsi nelle stradine del pittoresco paese etneo.

Il pistacchio di Bronte

E come quella di Bronte sono saltate decine e decine di manifestazioni agricole in tutta Italia. Speriamo dunque in un 2021 migliore ma le premesse, ahinoi, non ci sono. Le sagre rimangono un patrimonio da valorizzare ulteriormente e incentivare con congrui investimenti. La cipolla di Tropea, i fichi secchi di Miglionico, il tartufo bianco di Alba, il pecorino di Filiano, il fico d’india di Militello Val di Catania, il salame Dop di Varzi e mille e più mille prodotti di un’industria alimentare fatta di piccole e piccolissime imprese non sarebbero conosciuti sul mercato senza le feste popolari e le operazioni di marketing ad esse correlate.

Le sagre sono il cuore pulsante dell’economia e un legame solido, indissolubile, unico in Europa, tra una specialità locale, la sua diffusione e le tradizioni popolari. Il loro fermo è un duro colpo non solo per l’economia locale e nazionale ma per quel momento di incontro e confronto che ci viene negato da uno stramaledettissimo virus che ci sta togliendo il gusto di goderci la vita.

 

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