ROMA – SI O NO CHE SIA NON CAMBIERA’ ASSOLUTAMENTE NULLA. IL VOTO CHE CONTA E’ QUELLO POLITICO

Il risultato del Referendum non cambierà un bel nulla. Il Paese ha bisogno di un cambiamento radicale ai vertici della politica nazionale. Le elezioni sono molto più importanti per gli assetti dei partiti che qui rischiano grosso.

Roma – Ai 46.641.856 cittadini elettori ancora l’ultima parola. Così per la terza volta, in quattordici anni, agli italiani viene chiesto se sono d’accordo o meno nel ridurre il numero dei propri rappresentanti in Parlamento. Mentre la riforma del Centrodestra del 2006 e la Boschi-Renzi del 2016 erano inserite all’interno di una revisione costituzionale complessiva dell’assetto delle istituzioni, in entrambi i casi bocciata dagli elettori, questa volta la domanda referendaria è circoscritta e secca.

Infatti sino alle 15 di oggi si potrà scegliere se diminuire del 36,5% il numero di deputati e senatori, rispettivamente da 630 a 400 e da 315 a 200, oppure lasciare tutto come si trova. Peraltro fra ieri ed oggi 18.473.922 elettori hanno votato o voteranno in sei regioni a statuto ordinario (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto) e 1 a statuto speciale (Valle d’Aosta e 1.184 comuni. Per le elezioni suppletive del Senato della Repubblica gli aventi diritto al voto sono 467.122 per la Sardegna (Collegio plurinominale 01 – Collegio uninominale 03 Sassari) e 352.696 per il Veneto (Collegio plurinominale 02 – Collegio uninominale 09 Villafranca di Verona).

Dalla risposta degli elettori, chiamati per la prima volta alle urne dopo il rinvio dovuto alla pandemia, dipenderanno gli assetti futuri dell’attuale Parlamento e del Governo. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato nella seconda votazione al Senato l’11 luglio scorso ed alla Camera l’8 ottobre 2019. La maggioranza di due terzi dei componenti è stata raggiunta solo a Montecitorio e non in entrambi i rami del Parlamento. Quest’ultima circostanza avrebbe escluso la possibilità di svolgere un referendum sul testo. Invece ne hanno fatto richiesta 71 senatori entro il termine di tre mesi dalla pubblicazione della legge.

Il referendum era stato fissato inizialmente il 29 marzo ma la malattia virale ha fatto slittare il voto al 20 e 21 settembre. Molto importante ricordare che tra l’ultimo via libera del Senato e quello della Camera è avvenuto il cambio del Governo. Dal primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e sostenuto da M55 e Lega al secondo affidato ancora all’Avvocato del popolo ma con il Pd al posto del partito di Matteo Salvini. Saltavano, pertanto, equilibri e strategie in corso d’opera. La confusione regna sovrana sugli “spalti della politica” e il Paese ne risente negativamente. Tutti in corsa per lo scranno, senza pudori.

Infatti questo sconvolgente ribaltone, provocato ad arte da Salvini, ha prodotto, con il cambio di governance, una scomposizione degli schieramenti per il Si e per il No che non coincidono più con maggioranza e opposizione. La riduzione del numero dei parlamentari è una storica battaglia del Movimento 5 Stelle che, negli ultimi giorni di campagna elettorale, ha messo in campo tutti i suoi esponenti di rilievo, da Grillo a Luigi Di Maio, per far prevalere il SI. Un risultato che servirebbe solo ai pentastellati per compensare, almeno in parte, i prevedibili risultati negativi dei propri candidati alle regionali e che rilancerebbe, in tal modo, la “battaglia anticasta“. Per chi ancora è cosi cretino da crederci.

In effetti dopo l’intervento sui vitalizi e sulla platea degli eletti il prossimo passo, già annunciato, sarebbe la riduzione degli stipendi dei parlamentari (e i privilegi?), che forse sarebbe stato opportuno adeguare prima del referendum onde evitare di contrarre il numero dei rappresentanti territoriali. La vittoria del SI, in assenza di quorum, servirebbe a puntellare, ulteriormente, il Governo e a favorire la permanenza di Conte a Palazzo Chigi. Molto, però, dipenderà dall’esito delle sfide, incandescenti, che si prospettano nelle Regioni e nei più grossi Comuni italiani.

La vittoria del NO al referendum, di converso, dovrebbe avere, secondo l’autorevole parere di diversi tra costituzionalisti e politologi, un effetto deflagrante sull’Esecutivo ma non succederà assolutamente nulla. E’ tutto un bluff. Tant’è che rimarrà inalterato il quadro politico attuale, c’è da scommetterci. Mentre per le votazioni regionali le due principali forze di maggioranza, 419 parlamentari tra Camera e Senato, non hanno creato coalizioni, per la consultazione referendaria Pd e M5S si sono attestati, per noi solo apparentemente e per passerella, sullo stesso fronte.

I NO alla riforma all’interno dei partiti che l’hanno votata a suo tempo sono numerosi e sono rimasti silenziosi. Vedremo che cosa succederà. Se il SI, invece, non dovesse prevalere, nonostante i sondaggi abbiano sempre indicato il contrario, il risultato verrebbe comunque strumentalizzato politicamente ma nessuno si strapperebbe capelli e vestiti di dosso. Se tanto mi dà tanto facciamo in modo che qualcosa cambi, per non cambiare nulla. Diceva il saggio.