ROMA – 2021: RICOSTRUZIONE E RIPARTENZA: RIMBOCCHIAMOCI LE MANICHE.

Il nuovo anno deve diventare da subito l'inizio della ripartenza economica e sociale dell'Italia. Del 2020 ricordiamo le esperienze ed il coraggio dimostrato. Dalla politica pretendiamo serietà e chiarezza.

Roma – Eccoci a Capodanno, benvenuto 2021. Si torna a sperare, sognare e sorridere. Bellissimo pensare che il nuovo anno possa racchiudere tutti i nostri progetti e le bellezze dimenticate. Abbiamo bisogno di spensieratezza e libertà ma è necessaria una maggiore consapevolezza e positività per proseguire il cammino della vita.

I giorni di festa sono alle spalle. Rimangono i bilanci di fine 2020 che impongono riflessioni accurate. Si sono vissuti momenti di autentico oscurantismo, di conflitto interiore e di dolore. Né più, né meno, dicono gli anziani, come accadeva nei rifugi durante i bombardamenti. Adesso, come nel dopoguerra, ricordandoci però che la pandemia non è ancora debellata, sarebbe necessario che provassimo a riflettere.

Dobbiamo prenderci del tempo per rileggere quello che sta avvenendo e comprendere come smarrimento e angoscia ci hanno fatto vivere, e in parte continuano ancora, momenti terribili. Fra la gente è diffuso il desiderio di archiviare un anno che ha visto compromesse tante nostre certezze, un anno da lasciarsi alle spalle, un anno da prendere a calci nel sedere, un anno da polverizzare nella nostra memoria.

Invece, nel bene e nel male, il 2020 appena trascorso non è un anno da dimenticare ma da ricordare. E in ogni suo giorno. Le lezioni di vita che ci ha impartito questo movimentatissimo bisestile ormai agli atti, come si dice, sono state tante e tali che non possiamo che uscirne migliori. Se abbiamo compreso l’antifona. Se abbiamo capito che festeggiare il nuovo anno significa essere sopravvissuti a quello vecchio. Ce l’abbiamo fatta. E ce la faremo se continueremo a fare le cose per bene e con senso di responsabilità.

Abbiamo imparato molto. Anche duramente, sulla nostra pelle e su quella dei nostri cari. Il virus con la sua forza sovrumana ha dimostrato la nostra fragilità, ha smantellato certezze, ha ridimensionato i deliri di onnipotenza che, più o meno consapevolmente, avevamo coltivato. Con un piede nella fossa abbiamo avuto davanti a noi la prova provata di non valere nulla davanti all’ineluttabile. Di non essere padroni della nostra esistenza. Di morire senza accorgersene. In un attimo: tosse, febbre, sete d’aria e addio sogni di gloria.

La pandemia ha colpito il genere umano senza distinzioni, confini, latitudini e longitudini. Tutti siamo rimasti attoniti di fronte ad un serial killer invisibile che ha cambiato radicalmente le nostre abitudini, percorsi umani, familiari e professionali. La paura di essere contagiati si è scontrata con chi, ipotizzando complotti e strategie di conquista planetaria, sosteneva l’inesistenza dell’infezione, almeno fino a quando i continui decessi hanno consigliato prudenza e rispetto delle norme di distanziamento.

Un anno fa non sapevamo, non immaginavamo, credevamo fosse una delle tanti banali influenze che siamo riusciti a sconfiggere in qualche giorno. Ma il potente virus, senza più controllo, era già tra di noi e forse c’era già mesi e mesi prima. E il contagio iniziava a diffondersi, sempre più determinato e assetato di vite umane.

Le mascherine, i guanti, le scuole chiuse, gli uffici spopolati, la serrata dei negozi, le notizie terribili su tv e giornali mentre le sirene delle ambulanze ci terrorizzavano le notti insonni riempiendo di malati gli ospedali italiani già duramente messi alla prova da una sanità pubblica claudicante e in perenne dissesto finanziario. Una valanga di emozioni ci ha travolto.

Medici ed infermieri stanchi e affranti da turni massacranti ci hanno fatto pensare davvero alla fine. Oggi a lui, domani toccherà a me. Siamo rimasti basiti e lontani. Famiglie divise, coppie divise, amori divisi, affetti divisi. Divisi e lontani. E chi si ammalava e finiva in terapia intensiva diventava un numero di telefono irraggiungibile. E quando ti rispondeva il medico di turno il cuore si fermava per un attimo: un genitore, un marito, un figlio, un amico che non c’erano più.

Non immaginavamo poi la spesa portata sul pianerottolo, né le code fuori dai supermercati. Il timore per la salute, la preoccupazione per il lavoro, la scuola, il futuro. Chi di voi, anche per un attimo, ha creduto di non farcela? Eppure siamo qui a parlarne ed il peggio sembra passato. I ricoveri scendono, le terapie intensive hanno meno pazienti e la maggior parte degli infetti sono asintomatici o malati lievi. 

Nel frattempo la ricerca scientifica è andata avanti. Sono arrivati i vaccini e qualche nuovo farmaco pronto a combattere il virus. Dunque non chiamiamolo “annus orribilis” ma anno della prova, anno del coraggio, anno del ce la metto tutta, anno del riscatto e della consapevolezza di contare sempre sulle proprie forze e non su quelle degli altri.

Non lasciamoci cullare dall’illusione che d’ora un poi andrà tutto bene perché ci siamo lasciati le peggiori brutture alle spalle. La vita non si “guida” con il pilota automatico. Adesso bisogna dare risposte contemporanee alle sfide contemporanee. Se non si farà, e la storia lo impone, ci troveremo di fronte a nuove divisioni, a disuguaglianze sempre più profonde con conseguenze politiche, sociali ed economiche che impatteranno sulle nostre vite.

Il vaccino, con i suoi pro e contro, ci offre la speranza di potere uscire da questo tunnel ma la lotta è ancora aspra e non è ancora finita.  Però non dimentichiamoci che c’è da ricostruire un Paese, il Bel Paese. Diamo prova di essere i primi, come lo siamo sempre stati. Da tutte le grandi disgrazie originano nuove speranze. Davanti a noi c’è una straordinaria prospettiva di vita nuova di zecca. Non sprechiamola. Cogliamo l’attimo. Buon Capodanno.

 

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