RICORDI DI UN TERREMOTO

Un altro volto del sisma del 2009 anche se gli Aquilani, ai tremori, c’erano abituati. Dal 1700 in poi le scosse telluriche si sono succedute con puntuale regolarità.

Mia nonna Maria era nata all’Aquila verso la fine dell’Ottocento, in un appartamento di un bel palazzo nobiliare al centro della città. La nostra famiglia, tuttavia, non era di origine nobile, sembra che venisse Montereale (AQ) e si fosse poi trasferita all’Aquila. Stabilendosi nel palazzo nobiliare, la mia famiglia aveva in un certo senso acquisito la nobiltà precedente. Questo concetto non lo conoscevo prima del terremoto del 6 aprile 2009, allorché il palazzo nobiliare crollò di schianto.

La nonna, maestra elementare all’Aquila e provincia nei primi anni del ‘900, la ricordo come una simpatica vecchietta, gentile e discreta, che aveva sempre la parola o il pensiero giusto per ogni occasione. La nonna era stata una delle prime donne insegnanti, in quanto la figura e l’attività di maestro elementare prima erano prevalentemente maschili; solo nel Novecento le donne si proposero, tra le altre cose, anche come insegnanti. La nonna Maria aveva dieci fratelli e sorelle, e, non so come, riuscì a riscattare quell’abitazione antica da sola, per cui noi d’estate eravamo soliti andare all’Aquila per un certo periodo estivo, in genere dopo essere stati al mare. Un privilegio a quell’epoca poter andare sia al mare che in montagna; dobbiamo ringraziare la nonna Maria che con tanti sacrifici aveva conservato la casa dei nostri antenati.

La casa aveva mantenuto le antiche strutture ottocentesche, con le travi di legno, bellissimi affreschi sui soffitti, pavimenti che risalivano forse a prima dell’800, materiali tutti dell’epoca, cose che noi avevamo conservato così come le avevamo trovate, senza fare alcuna innovazione. Poiché ci andavamo solo d’estate (d’inverno faceva un freddo tremendo, ci si riscaldava solo con il camino e le stufe a legna, come fino al 1900), ci piaceva com’era, una casa d’altri tempi dove, appunto, il tempo si era fermato e peraltro veniva apprezzata anche dagli ospiti, che notavano gli infissi antichi e un sistema di leve di ferro, tutte a vista, che chiudeva le finestre efficacemente.

La nonna ci diceva ogni anno: “Quando andate all’Aquila controllate la casa perché ci sono state delle piccole scosse di terremoto”. Lei ricordava il terremoto di Avezzano del 1915, che aveva distrutto quella cittadina; gli aquilani in quell’occasione si erano rifugiati per strada, sotto i portici lungo il corso, ritenuti più stabili e sicuri. Le scosse di terremoto c’erano sempre state dunque all’Aquila, ma nessuno se ne curava perché la memoria è corta e solo pochi sapevano (o ricordavano qualcosa dai racconti dei nonni) che nel 1703 un fortissimo terremoto aveva raso al suolo l’intera città.

Anche io non sapevo nulla di queste storie, sino a quando notai una porta interna nella casa di una mia parente che abitava nello stesso edificio, una porta molto antica. “Quella è l’unica porta che si è salvata dal terremoto del 1703” mi informò la mia parente. “Perché, ci fu un terremoto così rovinoso a quell’epoca?” chiesi io. “Sì, fu distrutta tutta L’Aquila e anche questa parte del palazzo crollò di schianto”.

Tra me iniziai a pensare al terremoto, come un presentimento, e dissi a me stesso che forse era il caso di sentire un esperto, perché era chiaro che le strutture antiche di legno non potevano reggere a un altro terremoto. Ma poi me ne andai, per dedicarmi ad altre faccende, e tale mio atteggiamento fu il medesimo di tutti, aquilani e non aquilani, che non credono a nessun disastro sino a quando questo, ormai, è già avvenuto.

Dopo alcuni mesi, era il 6 aprile 2009, sentii alla radio: “Terremoto, tutta L’Aquila distrutta”. Allarmato, telefonai e mi venne comunicato che la casa dei nostri antenati era in parte crollata. Si era ripetuto il terremoto del 1703, e ciò mi fece pensare che i terremoti, all’Aquila, statisticamente si ripetono ogni 300 anni.

Andammo a vedere i danni, veramente gravi, ma fummo fermati da vigili del fuoco, polizia e carabinieri che avevano istituto la “zona rossa”, in cui non si poteva entrare per pericolo di crolli. La casa, oltre che crollata, era stata espropriata perché non si poteva vedere nulla. Per quanto le misure precauzionali fossero giuste, tuttavia in quel momento mi sentii spogliato di qualcosa di mio. Poi si riuscì a entrare, con l’assistenza dei vigili del fuoco, che aiutarono molto la popolazione, anche in occasione degli sgomberi e traslochi, necessari per salvare le poche cose che non erano andate distrutte.

Fu un periodo molto difficile per gli aquilani, ma anche per noi che non eravamo nati all’Aquila. Ancora oggi quelle immagini terribili sono visibili sul sito 6 aprile 2009. Alcuni miei conoscenti avevano perso i loro parenti, la loro abitazione era crollata, ed erano ricoverati in tende, alberghi sulla costa abruzzese o abitazioni temporanee. Andai all’Aquila subito dopo il 6 aprile, chiedendo come stavano tutti quelli che conoscevo, e se si potesse fare qualcosa per collaborare. Ma la protezione civile era già intervenuta con un poderoso impegno e aveva avviato i soccorsi, impedendo così ai singoli di creare altra confusione.

Nei giorni seguenti tutti gli abitanti apparivano traumatizzati, per cui non era facile neppure il dialogo; il tempo si era fermato a quella notte, in cui l’orrore aveva colpito tutti duramente e negli occhi erano ancora presenti quelle immagini terribili. I disagi degli abitanti erano stati infiniti, circa cinquantamila persone erano rimaste senza abitazione. Tutti vivevano ora in condizioni precarie, nelle tendopoli allestite nell’immediatezza del sisma. Molti avevano perso tutto e non avevano voglia di parlare, specialmente con chi non aveva vissuto quella stessa nottata. I giorni successivi non furono meno drammatici: le scosse di terremoto continuarono per molti mesi e, come notò a suo tempo mia nonna, le scosse anche dopo il 2009, non smisero mai di verificarsi, perché quella è zona sismica da sempre, si trova in mezzo a una faglia, il che significa che una zolla spinge verso l’altra e provoca tensioni eccezionali, per cui ogni tanto c’è una scossa di assestamento per riequilibrare le enormi masse in movimento.

Lasciamo agli esperti le cause e gli effetti, e torniamo alla storia, che riguarda solo noi e quelle persone cui, pur non essendo aquilani residenti, il terremoto ha distrutto la casa.

Con i miei familiari ci preoccupammo della nostra casa, ma non si poteva entrare senza l’assistenza dei vigili del fuoco. Con il loro aiuto riuscimmo a recuperare le cose che il sisma aveva risparmiato, e le portammo via con un camion. Il resto della robba venne portato “in sicurezza” da un servizio di soccorso e messo da parte in attesa di essere riconsegnato, chissà quando. I nostri coinquilini, gli altri abitanti del palazzo nobiliare, erano dispersi chi da una parte chi dall’altra, ma essendo la maggior parte architetti, ingegneri, geometri e tecnici, e altri impiegati e funzionari della Regione, già parlavano di ricostruzione del palazzo.

Non conoscevo tutti i nostri vicini di casa, mi resi conto in quel momento però che tutti tenevano molto al palazzo, non solo perché era la loro abitazione, ma perché quell’edificio aveva un grande valore morale per tutti, rappresentava una condizione, una distinzione legata proprio a quel posto, condizione che, dopo il terremoto, sembrava perduta. Per questo, era urgente ricostruire al più presto.

Passarono i mesi, e tutti dovettero fare i conti con ordinanze, leggi urgenti, le case di Berlusconi. Dopo il primo periodo di smarrimento, notai che gli aquilani erano ben decisi a ricostruire la loro città, e che c’era un senso di orgoglio per cui ogni intervento esterno o di chi non fosse residente, appariva come una indebita ingerenza in affari altrui. Per questo io stesso diradai le mie visite, era giusto avere rispetto delle altrui problematiche e non andare a ficcare il naso più di tanto. Difatti, i residenti avevano la precedenza su ogni altro danneggiato, e anche i benefici pubblici dovevano andare prima a loro favore.

Passarono altri mesi e si cominciò a parlare di ricostruzione del nostro palazzo e degli altri edifici crollati. Chi in quei giorni andava all’Aquila, aveva l’impressione che molti dei palazzi del centro storico avessero resistito al terremoto, ma era solo apparenza perché, come era successo al nostro, le strutture di legno interne erano completamente crollate a seguito dei movimenti ondulatori e sussultori della terra, un piano era caduto sopra l’altro, mentre dall’esterno non si vedeva tale distruzione, perché le mura perimetrali, molto larghe, avevano resistito.

Le chiese, le famose 99 chiese dell’Aquila, avevano subito i danni maggiori, perché le volte, le cupole, i tetti, erano tutti crollati. La Basilica di Collemaggio, la Chiesa di San Bernardino, la cosiddetta Chiesa delle Anime Sante, simboli dell’Aquila e gioielli della nostra architettura antica, avevano subito crolli e danni tremendi.

Ora, se è normale che le case antiche fossero crollate, non altrettanto normale è che crollarono anche le case più moderne, costruite in zona sismica “conclamata”. Se vedete ancora oggi all’Aquila le abitazioni costruite negli anni attorno al 1950-60, si potete notare che sono come scoppiate. Si tratta di quelle costruite nel periodo della massima speculazione edilizia, quando persone di pochi scrupoli e amministrazioni compiacenti avevano consentito a creare interi quartieri in una zona sismica senza nessuna sicurezza. Così com’era crollata la casa dello studente, quasi tutte le case del ‘50-60, dell’edilizia popolare, erano crollate, scoppiate, contorte, inagibili.

Il mio pensiero è sempre stato questo: “Ma perché i geologi e gli esperti, sapendo che quella è zona sismica da sempre, non ci hanno mai avvisato che i palazzi antichi andavano rinforzati o adeguati alla sismicità del luogo?”.

Feci una rapida ricerca su internet e costatai che le zone sismiche non sono tali dai terremoti recenti, ma da millenni prima, tutta l’Italia è zona sismica. Si ricordano terremoti lontani nel tempo in cui andò distrutta tutta l’Italia centro meridionale. Lo stesso Colosseo era crollato a seguito di terremoti lontani nei secoli. Fatto sta che nell’antichità non esistevano istituzioni che studiavano i terremoti, le scoperte nel settore sono solo recenti; la memoria umana tende a dimenticare facilmente gli eventi gravi e luttuosi, per cui la memoria del sisma non supera una o due generazioni, e i nuovi nati che non l’hanno vissuto tendono a sottovalutare il problema. Inoltre, capisco che del senno del poi son piene le fosse, per cui non insisto né in critiche né in altri ragionamenti.

Come residenti a Roma non avremmo avuto diritto agli indennizzi per la ricostruzione. Ma poiché la nostra abitazione si trovava nel centro storico e poiché il palazzo andava ricostruito tutto intero, e non a singoli appartamenti, alla fine gli indennizzi della ricostruzione, solo nella zona del centro storico, furono integrali anche per noi, nella posizione giuridica di “terremotati non residenti”.

Se da una parte ci è andata bene (sarebbe bastato che la casa fosse distante 200 metri e non avremmo avuto alcun indennizzo), dall’altra posso dire che sia gli antenati, sia mia nonna, sia mia madre fecero ingenti sacrifici per mantenere una casa antica. Si sobbarcarono spese continue, rifacimenti del tetto, riparazioni di ogni genere, per avere una casa certamente di gran pregio storico e architettonico, ma altrettanto scomoda da un punto di vista pratico: senza ascensore, con impianti antichi, servizi igienici rimediati alla meglio (una volta non esisteva la zona bagno). Insomma, la manutenzione della casa antica non è certo un piacere, e chi ha una casa di questo tipo la ama solo perché rappresenta la famiglia, per i ricordi dell’infanzia e giovinezza, per il fascino della casa storica, per le tradizioni che si perpetuano. Quanto a praticità però è meglio una casa moderna.

Mi interesso dunque dal 2009 alle ricostruzioni, non solo alle mie, ma anche a quelle dei vicini di casa, avendo costituito un consorzio con gli altri abitanti del vicinato, per formare un gruppo di case da ricostruire. Difatti lo Stato, inteso come Stato, Regione, Provincia e Comune, finanziano la ricostruzione dell’intero consorzio, non una singola abitazione.

Per fortuna, i nostri vicini tecnici, ingegneri, architetti e funzionari pubblici, riuscirono a fare miracoli con le autorizzazioni e verso il 2012 iniziarono i lavori. Anche se non ero sul posto, ho seguito la ripresa della vita all’Aquila con vivo interesse, perché anche se vivo a Roma, conosco le belle tradizioni della terra abruzzese, ove ho trascorso lunghi periodi sia da ragazzo sia dopo, il tempo della “contentezza” come dice la nota canzone Vola vola vola, che è un po’ l’inno regionale abruzzese:

 

Vulesse fa’ ‘revenì pe’ n’ora sole
Lu tempe belle de la cuntentezze
Quande pazzijavame a vola vola
E te cupre’ de vasce e de carezze

 

E vola, vola, vola, vola, vola
E vola lu pavone
Si tiè lu core bbone
Mo’ fammece arpruvà

 

‘Na vote pe’ spegnà lu fazzulette
So’ state cundannate de vasciarte
Tu te scì fatte rosce e me scì ditte
Di ‘nginucchiarme prima e d’abbracciarte

 

E vola, vola, vola, vola
E vola lu gallinacce
Mo’ si ti guarde ‘n facce
Mi pare di sugnà

 

 

Come li fiure nasce a primavere,

l’amore nasce da la citilanze.

Marì, si mi vuò bbene accome jere,

nè mi luvà stu sogne e sta speranze.

 

E vola vola, vola, vola

e vola lu cardille.

Nu vasce a pizzichille

non mi le può negà.

 

E vola volavolavola

e vola lucardille.

Nu vasce a pizzichille

non mi le può negà.

 

Pure se po’ veni’ pe’ n’ora sola!

 

Vorrei far tornare per un’ora sola

il tempo bello della contentezza,

quando giocavamo a vola vola

e ti coprivo di baci e di carezze.

 

E vola, vola, vola, vola

e vola il pavone,

se hai il cuore buono

ora fammici riprovare.

 

Una volta, per disimpegnare il fazzoletto,

sono stato condannato a baciarti.

Tu ti sei fatta rossa e mi hai detto

d’inginocchiarmi prima e d’abbracciarti.

 

E vola, vola, vola, vola

vola il gallinaccio,

ora se ti guardo in faccia

mi pare di sognare.

 

Come i fiori nascono a primavera,

l’amore nasce dalla fanciullezza.

Maria, se mi vuoi bene come ieri,

non togliermi questo sogno e questa speranza.

 

E vola, vola, vola, vola

e vola il cardellino,

un bacio con pizzicotti sulle guance

non me lo puoi negare.

 

Una volta eri una bambina capricciosa,

portavi le trecce appese ed il frontino,

ora ti sei fatta seria e vergognosa,

ma quegli occhi mi tormentano e mi ammaliano.

 

E vola, vola, vola, vola

e vola la ciaramella,

per un’ora così bella

vorrei sprofondare.

 

Bei ricordi, tempi felici passati.

Quando l’ho conosciuta io negli anni ‘50-60, l’Aquila era una città molto diversa da oggi. La gente parlava solo il dialetto abruzzese, molti non conoscevano l’italiano. L’agricoltura era povera, (ricordo le trebbiatrici dell’epoca), ed era l’attività prevalente; la popolazione viveva di poche cose e con molte difficoltà. Poi l’Italia si è sviluppata, l’autostrada ha aperto L’Aquila, prima isolata tra i monti, al resto del Paese. Ora si arriva in città in meno di un’ora da Roma, prima si passava per Rieti e ci volevano 3-4 ore di viaggio, con altri tipi di autovetture. Dall’Abruzzo, terra molto aspra, tanti sono emigrati in Canada, Australia, America. Ma dagli anni ‘60-70 ho notato un rapido miglioramento e dopo il 1970 L’Aquila è diventata una città ricca e moderna.

Nonostante le difficoltà sorte dopo il sisma, la popolazione non si è mai persa d’animo, pur in una situazione molto pesante. Parlando con quelli che conoscevo direttamente, la loro descrizione del terremoto era certo drammatica, ma sempre c’era una nota spiritosa, una sorta di stimolo a riprendere la vita, a continuare l’esistenza come dopo “un infortunio”.

Fu famosa la vecchietta vista in televisione che, bloccata dalle macerie, per molto tempo era rimasta paziente sulla sedia a fare l’uncinetto, in attesa dei soccorsi. Un nostro conoscente geometra ha avuto la sfortuna di avere la casa proprio sulla faglia; è crollata a seguito di una contorsione, come se fosse stata risucchiata dal terreno, e alla fine è stata distrutta completamente. Ma la descrizione del crollo era così tecnica e raffinata che, alla fine, veniva quasi da ridere anche al geometra che aveva subito il disastro.

Ho potuto vedere un popolo semplice che, anziché piangere su se stesso, si è subito rimboccato le maniche e ha cercato di fare il possibile per superare la fase più critica.

Un collega professionista ha visto crollare la sua abitazione e lo studio professionale e sotto le macerie ha perso un genitore. Pian piano si è rimesso a lavorare, prima in studi di fortuna, poi, dopo parecchi anni, nella sua casa ricostruita. Ancora adesso ha difficoltà, ma mai l’ho sentito lamentarsi o fare una richiesta di aiuto, né ha mai minacciato di abbandonare la città. Lo stesso ho visto fare ad altri, il mio vicino di casa ha subito riaperto il negozio in una casetta di legno; ora dopo dieci anni è rientrato in casa e nel negozio, finalmente restaurati.

Il nostro palazzo fu ricostruito e i lavori sono terminati nel 2018, dopo quasi dieci anni dal sisma che l’aveva distrutto. I tempi della ricostruzione, dopo un terremoto, sono questi, come minimo circa dieci anni; sono stati bravi tutti gli ingegneri, architetti e tecnici che hanno favorito la ricostruzione, ma anche lo Stato, la Regione, la Provincia e il Comune che hanno erogato i fondi. Ci è stata restituita una casa nuova, con ogni confort, ci hanno fatto scegliere i rubinetti, i punti luce, le maioliche. Se il sisma fosse avvenuto trent’anni fa, o in un altro Stato del mondo, non avremmo avuto i finanziamenti che abbiamo avuto, e ricostruire sarebbe stato impossibile. Invece, il fatto che il sisma sia avvenuto nel 2009 ha rappresentato per noi un miracolo, in quanto a finanziamenti e interventi pubblici.

Per questo non condivido chi vede sempre tutto nero, chi parla male dell’Italia, perché, nel nostro caso e in tanti altri, l’Italia è stata una madre generosa.

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Se questa fu la mia, la nostra esperienza, alcuni diretti terremotati hanno avuto invece le “case di Berlusconi”. Queste case, costruite dopo pochi mesi dal sisma, servirono a dare ricovero a migliaia di aquilani. Sono andato a vedere le case di Berlusconi, costruite con delle grosse “molle antisismiche”. Certamente vi sono stati problemi (come in tutte le case), ma le ho viste abitate, in discrete condizioni, e un’intervista che ho fatto a un passante mi ha confermato che anche lì si va avanti. Oggi all’Aquila, a distanza di dieci anni dal sisma, la vita è parzialmente ripresa, la ricostruzione va avanti lenta ma costante.

La riedificazione è andata per gruppi di case, viene ricostruito un consorzio di palazzi, com’è stato per il nostro. Le imprese specializzate in recuperi di palazzi antichi hanno fatto delle cose eccezionali, ricostruendo tutto com’era prima, ma rinforzando con travi di ferro, reti metalliche, altre soluzioni tecniche, allo scopo di evitare che le pareti di pietra “scoppino” per effetto del sisma, come successe il 6 aprile 2009.

Non tutto è stato ricostruito, direi un 50%. L’altro 50% è costituito da immobili i cui proprietari non si sono interessati alla ricostruzione, perché anziani, o andati via, o perché non hanno avuto l’opportunità di dedicarsi ai lavori. Le irregolarità non sono mancate, come normale, ma carabinieri e le forze dell’ordine hanno vigilato su ogni cantiere, con visite periodiche, sia per evitare speculazioni che per scongiurare eccessive irregolarità e il mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza sul lavoro.

Nuovi negozi hanno aperto, tutti molto eleganti. Lo struscio sul corso, dove tutta la popolazione si incontrava nei pomeriggi del sabato e nei giorni di festa, è in parte ripreso. Tuttavia, è cambiata la struttura della città, la maggior parte degli abitanti ha abbandonato il centro storico e quelle case antiche, ed è andata a valle, nelle zone vicino all’Aquila, in case moderne e dotate di tutti i confort. La gente non ama più il centro storico, le case di pietra, i disagi dei palazzi di altri tempi, tutti vogliono vivere più comodamente. Le case del centro storico si sono deprezzate e anche le nuove non sono abitate ma adibite a Bed&Breakfast, affittate. Insomma, tutto è cambiato.

Moltissimi centri storici vengono abbandonati in Italia per gli stessi motivi: il disagio, i costi maggiori di manutenzione, l’inadeguatezza delle abitazioni a una vita moderna, spesso la salvaguardia dell’ambiente storico e artistico confligge con le necessità quotidiane delle persone.

Da tempo dico (anche se nessuno mi ascolta) che per rivalutare i centri storici, che sono la nostra ricchezza nazionale e che i turisti vengono da lontano per visitare, è necessario ridurre la tassazione su queste abitazioni, creare delle agevolazioni fiscali, favorire l’utilizzo quotidiano. Difatti, a parità di costi e tasse, conviene andarsene in un moderno condominio e risparmiare notevolmente. Invece, ora anche l’investimento per la ricostruzione rischia di essere vanificato da una politica che non valorizza l’insediamento dei privati, inducendo tutti a vendere, ad abbandonare quelle case allo scopo di evitare tasse sproporzionate ai valori effettivi o ai disagi, e spese ingentissime.

Si preferisce spendere per costosi interventi su tutti i centri storici, per poi lasciarli disabitati, destinati così a un’autodistruzione, mentre solo se sono abitati questi luoghi possono vivere, perché solo il privato, il singolo, ha un interesse vero a provvedere alla manutenzione della sua casa.