NUOVE ARMI E CONSAPEVOLEZZA PER COMBATTERE LE MAFIE

Le ricorrenze lasciano il tempo che trovano se non sono seguite dai fatti. La memoria di chi ha sacrificato la propria vita deve servire da stimolo per fare meglio, invece pare si stia tornando indietro. Il parere è unanime.

Il presidente Salvatore Calleri.

“…Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta…”.

A pronunciare queste parole è stato il pentito Giovanni Brusca, esecutore materiale della morte di Giovanni Falcone e delle persone che viaggiavano con lui.

Esattamente 28 anni fa veniva scritta una delle pagine più buie della storia italiana: la strage di Capaci. Dietro la famigerata regia di Totò Riina, Brusca e i suoi, fecero esplodere alle 17:57 il tratto dell’A29 Palermo Mazara del Vallo dove stavano transitando il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Alla fine, saranno 5 le vittime dell’attacco (tra cui anche gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro), mentre i feriti 23. La brutalità delle immagini trasmette dalla tv, portò per la prima volta nella casa di milioni di italiani la realtà mafiosa che attanagliava la Sicilia, provocando un corale sentimento di indignazione. Dal Nord al Sud partirono varie manifestazioni e vennero lanciati numerosi appelli per chiedere alle Istituzioni una maggiore fermezza nella lotta al fenomeno mafioso. Cos’è cambiato da quel maledetto 23 maggio 1992? A che punto siamo con la lotta alla mafia? Abbiamo vinto o perso?

L’esecutore della strage di Capaci, Giovanni Brusca

Per comprendere meglio la situazione attuale abbiamo posto questi quesiti a Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto:

“…. La lotta alla mafia è in fase di stallo – confessa Calleri – sembra di essere tornati indietro di un trentennio con le conquiste degli anni 90 messe totalmente in discussione. Ad esempio, il 41bis è stato de facto ammorbidito mentre le interdittive antimafia e gli scioglimenti dei comuni vengono contestate dai cosiddetti pro-mafia. La lotta alla criminalità organizzata deve passare anche attraverso un messaggio generazionale. Forse noi adulti dovremmo informare di più le nuove generazioni su quanto è accaduto in passato. Questo è l’unico modo per poter combattere la criminalità organizzata oggi. Pensiamo al Nord Italia. Si credeva che il Settentrione potesse essere immune all’ingerenza mafiosa. Totalmente l’opposto. La criminalità organizzata ha radici ben profonde nel Nord, tanto da riuscire a fatturare miliardi con i suoi traffici. Dall’edilizia alla droga, la mafia, ha le mani in pasta ovunque e in qualunque Regione. Inoltre, con la crisi sanitaria prodotta dal Covid-19, le mafie stanno arricchendosi sempre di più sperimentando il modello post-sovietico dell’Europa dell’Est. Compreranno tutto ciò che si può comprare e, tramite una fitta rete di prestiti e usura, stringeranno intorno a sé ancor di più la popolazione. Ho come l’impressione che la reazione a tale problema purtroppo sia lenta…”.

Il magistrato Nino Di Matteo

La bufera sulle scarcerazioni di molti boss mafiosi per via del Covid-19 ha riportato alla luce vecchie e nuove mancanze. In particolare, nel 2018, la fallita nomina di Di Matteo come capo DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha suscitato parecchi malumori e controversie.

“…. Nel 2018 sono rimasto molto stupito che non sia stato scelto Di Matteo come capo DAP – aggiunge Calleri – ciò non toglie nulla al fatto che le nomine attuali siano eccellenti. In sostanza credo che il ministro Bonafede non abbia dato una risposta esauriente alla questione. In ogni caso sono al fianco di Nino Di Matteo per tutto ciò che riguarda la trattativa e la successiva questione Dap. Rimango molto più perplesso, invece, dalla decisione del Csm di togliere dalla Dna il principale esperto di agromafia in Europa: Cesare Sirignano. Il tutto a due giorni dall’anniversario di Falcone in cui, de facto, si parla proprio dell’isolamento da lui subito a partire dal 1988 con la mancata nomina al posto di Caponnetto. Bel modo per ricordare Falcone. Non si può dare importanza alle intercettazioni se queste non custodiscono reato. I trojan, poi, operando 24h su 24h registrano tutto, comprese le numerose frasi infelici dette dai detrattori di Sirignano. Il tempo è galantuomo. Di certo non lascerò solo Sirignano. Caponnetto insegna…”.

Il giudice Cesare Sirignano

Insomma la mafia non è più quel fenomeno locale che serpeggiava tra Calabria, Sicilia e Campania. Troppe volte, ormai, gli interessi delle grandi aziende e delle cosche mafiose si sovrappongono in maniera quasi inscindibile. Le manovre delle organizzazioni mafiose, inoltre, spesso superano anche gli stessi confini nazionali. Servirebbe una legislazione europea adatta a fronteggiare in maniera efficace questa sorta di tendenza preoccupante. Ma, a quanto pare, siamo ancora distanti da questo riconoscimento:

“…Effettivamente – conclude Calleri – la legislazione europea in materia di mafia praticamente non esiste. Solo Sonia Alfano nella legislatura 2009-2014 ha fatto qualcosa in qualità di Presidente della Crim. Ma possiamo dire che dopo di lei c’è stato il vuoto…”.

E il vuoto continua.