MENO SOLDI PIÙ’ CONTAGI

L’antropologo Umberto Pellecchia ha dichiarato che di fronte all’epidemia siamo tutti uguali a livello biologico ma che le condizioni sociali, come troppo spesso accade, fanno la differenza. Insomma chi vive ai margini ha più possibilità di infettarsi. Ma sarà vero?

In merito alla pandemia aveva cominciato a farsi strada un’idea ancora tutta da verificare: la possibilità che, a seconda dell’etnia, ci fosse una risposta diversa agli attacchi del virus. Da tempo nei Paesi anglosassoni non è consentito conservare schedature che riguardino l’etnia, tuttavia emerge il dato innegabile che negli Stati Uniti il virus stia colpendo soprattutto la comunità afroamericana.

Nella città di New York, tra le più colpite in America, i dati di alcuni quartieri a prevalenza afroamericana registrano tassi di contagio più elevati rispetto ai quartieri con prevalenza bianca. Ne è un esempio Wakefield nel Bronx, con una popolazione composta al 58% da afroamericani e al 15% da caucasici. Emerge dunque, da una lettura globale anche di altre città e Stati americani che raccolgono dati su base volontaria, che ci sia una netta sovraesposizione degli afroamericani al contagio da COVID. I dati dai Paesi dell’Africa, una volta resi noti avevano fatto sperare in una tendenza inversa ovvero che gli africani avessero una resistenza al COVID con le fantasiose ipotesi che il virus potesse essere fermato dal vaccino antitubercolosi. Peccato che quest’ultimo cura un batterio e non un virus, distinzione ancora ostica da capire per molte persone.

Le fosse comuni di New York

Ma facciamo subito chiarezza. Se nella società americana gli ammalati di COVID afroamericani sono sovra-rappresentati, non è certo per una questione di etnia. L’equazione è semplice: si ammalano di più i carcerati, gli individui nelle classi a basso reddito e in quelle con bassa scolarizzazione. In queste categorie si trovano in percentuale molti più afroamericani che caucasici. Gli afroamericani sono una minoranza. Nel 2018 erano il 13,4% della popolazione statunitense e tuttavia nelle categorie citate diventano una maggioranza. Per mantenere l’illusione ormai stantia dell’“american dream”, cioè che il sistema capitalistico statunitense garantisca a tutti la possibilità di successo, a patto che il singolo voglia conquistarselo, nel corso degli anni si sono date spiegazioni sociologiche, molto spesso sul filo del razzismo. Gli afroamericani avrebbero così una certa propensione al crimine, una scarsa abilità imprenditoriale e una limitata capacità di apprendimento.

Con l’arrivo del Covid-19, messa da parte l’idea balenata per un secondo che potesse essere una questione genetica, rimane invece la nuda verità, che confuta l’ipocrisia imperante. Un virus non sceglie in base al colore della pelle ma ha più presa tra le categorie di persone ai margini, dimenticate dalla società cosiddetta civile. Impossibilitati, in mancanza di welfare ad avere un sostentamento per sopravvivere, i lavoratori americani a basso reddito non possono chiudersi in casa ma devono continuare a lavorare, esponendosi con maggiore frequenza al rischio di contagio. Una famiglia proletaria afroamericana guadagna in un anno circa 41 mila dollari, risultando ultima nelle classi di reddito, anche rispetto ai 51 mila dollari dei penultimi, cioè gli ispanici.

Le periferie americane

 

Se l’Italia può permettersi il “lusso” di chiudere i battenti e di avviare gli ammortizzatori sociali, non è così negli Stati Uniti. Inoltre il nostro servizio sanitario pubblico, che diamo spesso per scontato, non fa parte della realtà di Paesi considerati tra i più avanzati come gli Stati Uniti e neppure della Repubblica Popolare Cinese. L’antropologo Umberto Pellecchia, che ha studiato l’Ebola, ha dichiarato che di fronte all’epidemia siamo tutti uguali a livello biologico ma che le condizioni sociali, come troppo spesso accade, fanno la differenza. Se è vero che il virus può colpire chiunque indistintamente, è anche vero che prospera nelle classi sociali più svantaggiate e tra le minoranze fragili, ponendoci di fronte a una realtà scomoda che preferiremmo ignorare. Una discriminazione che non si basa sul colore della pelle ma sul reddito, e che è sempre più difficile sanare.