MASSIMO MORICONI IL “BASSO” DELLA MUSICA ITALIANA

Bassista storico di Mina, di Fabio Concato e di altri grandi nomi della musica italiana Moriconi è stato anche il bassista dell’orchestra dei ritmi leggeri della Rai. Un artista a tutto tondo.

Ci sono artisti che non hanno bisogno di presentazioni. E’ il caso di Massimo Moriconi, il “basso” per eccellenza, conosciuto e apprezzato anche al di fuori dei nostri confini.

Romano, classe ’55, Moriconi inizia a suonare il basso all’età di 13 anni. Dopo aver intrapreso studi classici presso il conservatorio Refice di Frosinone inizia un’intensa attività come sideman in sala di registrazione e in prestigiose formazioni nazionali ed internazionali. Per la sua versatilità è molto richiesto anche nel mondo della musica leggera. Bassista storico di Mina, dal ‘83 ha lavorato in tutte le sue produzioni, di Fabio Concato dal ’93 e di altri grandi nomi. Dall’ 80 all’89 è stato il bassista dell’orchestra dei ritmi leggeri della Rai. Nel 1995 vince il referendum nazionale di Guitar Club come miglior contrabbassista e come miglior bassista di sala di registrazione. Nel ‘96 vince il referendum della rivista “Chitarre” come miglior bassista Jazz-fusion. Dopo le prime esperienze con i pionieri del jazz italiano come Marcello Rosa, Armando Trovajoli, Lelio Luttazzi, Nicola Arigliano, Romano Mussolini inizia prestigiose collaborazioni, dischi e tournée con nomi del calibro di Renato Sellani, Tullio De Piscopo, Sestetto Valdambrini/ Piana, Saxes Machine, Franco D’andrea, Paolo Fresu, Enrico Pieranunzi Trio, Isoritmo, Gianni Basso, Eddy Palermo Trio, Dado Moroni Trio, Massimo Urbani, Flavio Boltro, Enrico Rava, Tankyo Band, Fassi Quartet, Maurizio Giammarco Quartet, Danilo Rea Trio, Gianni Coscia e tanti altri.

Fabio Concato

Come leader ha realizzato 4 dischi: BASS IN THE SKY (con E. Pieranunzi e B. Biriaco), FULL con (M. dei Lazzaretti, F. Ventura, C. Pizzale, M. Carrano, E. Gentile), TRIO & GUESTS (con M. Giammarco, O. Valdambrini, S. Sabatini, C. Mastracci, F. Ventura, G. Ascolese), D’IMPROVVISO con ospiti quali Mina, Concato, Phil Woods, Eric Marienthal, Danilo Rea, Ellade Bandini. Ha collaborato in concerti e dischi jazzisti stranieri come Lee Konitz, Johnny Griffin, Phil Woods, Tal Farlow, Sal Nistico, Franco Ambrosetti, Don Moye, Mike Melillo, Billy Cobham, Tooth Thielemans, Barney Kessell, Ralph Towner, Kenny Wheler, e molti altri. Ha inciso colonne sonore per film con compositori e direttori di fama mondiale come Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Luis Bacalov, Riz Ortolani, Nicola Piovani, Piero Piccioni.

La sua ultima fatica, da pochi giorni disponibile sui canali social e YouTube, è la cover strumentale del famoso brano “Ritornerai” di Bruno Lauzi, nata dalla collaborazione con il chitarrista messinese Gianluca Rando, registrando separatamente le sequenze per poi montarle in un unico filmato. Pop ha avuto la piacevole occasione di scambiare quattro chiacchiere con l’artista:

Cos’è per te la musica?

Ho cominciato a suonare per divertimento e per stare in compagnia, per me la musica è condivisione. Ritengo che non bisogna mai dimenticare perché ci si innamora e come ci si innamora e tuttora, per me la musica è il piacere suonare con qualcuno. Posso suonare lo stesso brano con musicisti diversi e così come quando parlo della stessa cosa con persone diverse, vengono fuori cose migliori o peggiori. E’ fondamentale per me che gli altri mi siano da stimolo. La musica mi ha insegnato ad amare le differenze. Mi piace ogni genere, senza distinzioni. Quando da ragazzino suonavo Rock metal con il mio gruppo pensavo fosse l’unica cosa bella da suonare, odiavo la Borsa Nova e odiavo il Jazz, poi invece la conoscenza di alcuni personaggi mi ha fatto capire quanto fosse importante, nel mio lavoro, conoscere altri generi per fare musica e me ne sono innamorato, ho scoperto la diversità.

 

Hai scelto tu il basso o il basso ha scelto te?

È come quando, per caso, incontri l’anima gemella, nessuno dei due sceglie l’altro, si è destinati. Con il basso è stato così, ci siamo visti e subito amati ma è stata una scelta casuale. Hanno scelto i miei amici per me. Quando andavo alle medie avevo tre amici che suonavano, mancava il bassista. A tredici anni neppure sapevo che cosa fosse il basso ma pur di stare in compagnia accettai di imparare. Chiesi che suono avesse il basso, mi fecero sentire “Soul sacrifice” di Santana che inizia proprio con un giro di basso. Fu amore a prima vista, anzi a primo suono. Da quel momento, in sei mesi, mi feci crescere i capelli, misi i pantaloni a zampa e diventai anch’io un figlio dei fiori che suonava dalla mattina alla sera. In fondo tutti i grandi amori iniziano per caso, ti sorprendono proprio perché li incontri all’improvviso. Le cose prevedibili non sono mai così grandi come quelle inattese.

Massimo Moriconi,

Jazz o Pop a quale genere ti senti più legato?

Fra le cose che mi hanno insegnato i grandi della musica con i quali ho suonato, Chet Baker, Mina, e i più grandi jazzisti del mondo, è che per loro non ci sono generi. Basterebbe prendere esempio dai grandi: Miles Davis ha inventato il cool Jazz e poi d’improvviso il jazz elettrico, cioè il contrario di quanto fatto in precedenza anche se con la stessa anima. Dizzy Gillespie, inventore del Bebop insieme a Charlie Parker, è andato a Cuba ed ha dato vita al Latin Jazz. I grandi si sono sempre mischiati e ciascuno prende qualcosa dall’altro, il che non vuol dire snaturarsi ma apprendere. Non ho un genere preferito, il mio genere preferito è la musica ad alti livelli perché in quell’ambito qualsiasi composizione è difficile, impegnativa e affascinante.

Quando si parla di te, immancabilmente non si può che pensare a Mina. Com’è stato il vostro primo incontro?

Con Mina è stata un emozione unica, uno stupore indescrivibile. Da adolescente l’amavo, come donna e come cantante, non sapevo perché. Ascoltavo i dischi di mia madre, le canzoni di Sanremo, ma lei aveva quel quid in più che mi rapiva. Quella volta a Lugano quando ho suonato per lei per poi incidere 45 dischi con 600 pezzi è stato come suonare per un personaggio dell’immaginario comune o del fantasy: Nembo Kid, Topolino, Mandrake o i sette Nani. All’inizio della mia carriera mai avrei potuto immaginare di suonare per lei. Quando suoni con il tuo mito ogni volta ti stupisci e ogni volta è come se fosse la prima volta. Lei non mi mai cambiato una nota, mi ha sempre lasciato libero di esprimermi, è veramente una grande.

A parte Mina c’è stato un artista che ha contribuito particolarmente alla tua crescita professionale o umana?

I più grandi professionisti che ho incontrato suonavano nell’orchestra della Rai, tutti professionisti, sono loro che mi hanno insegnato il mestiere. Da loro ho imparato tanto: ad arrivare puntuale, a leggere bene, a rispettare il lavoro, a non lamentarmi, a giudicare per la sostanza e non per l’apparenza. Devo tanto all’orchestra della Rai ma anche ad altri, perché contemporaneamente ero il bassista di Renato Sellani, di Romano Mussolini, di Nicola Arigliano e di Lelio Luttazzi. Erano artisti molto più grandi di me, avevano tutti intorno ai 50 anni, io ne avevo 23. Mi raccontavano la loro generazione e di quanto fosse affascinante la musica, come fosse umana e legata ad episodi della vita. Non studiavano soltanto ma vivevano e quando si esibivano non esprimevano solo quello che avevano studiato ma anche quello che avevano vissuto. Sono stato fortunato, ognuno di loro mi ha dato qualcosa, perché ciascuno era unico a suo modo.

Renato Sellani

Preferisci collaborare con artisti italiani o stranieri?

Ormai non dipende più dalla nazionalità ma da chi incontri e se la persona vale o no. Per me è indifferente suonare con italiani o stranieri, l’importante che sappiano suonare, ancor più se lo fanno meglio di me così mi ispirano e mi stimolano.

Tu affianchi al lavoro di musicista la didattica, pensi che occorra studiare molto o basta il talento?

Amo insegnare, mi sono sempre ritagliato del tempo per farlo. Mi piace stare con giovani musicisti anche perché mi rivedo in loro e poi mi costringono ad approfondire e a studiare. Ritengo che non si possa scindere il talento dall’impegno, sono importanti entrambi. Il talento a volte è una condanna, pensi di poter far tutto subito e poi invece ti fermi e rimani uguale a te stesso. Conosco bassisti che all’inizio erano meno dotati poi si sono impegnati così tanto da diventare grandi. L’ideale è affiancare entrambi in maniera armonica o per lo meno più adatta a noi, perché se c’è solo l’uno o l’altro poi si sentono le mancanze.

Recentemente hai rivisitato insieme a Gianluca Rando la celeberrima canzone di Bruno Lauzi “Ritornerai”. Com’è nata questa nuova lettura del brano? Progetti insieme?

Con Gianluca ci conoscevamo già via social. Ci siamo sentiti e ci è venuta voglia di fare un pezzo insieme, lo abbiamo scelto d’istinto e spero che piaccia. Vedremo come si svilupperà, ognuno di noi ha impegni precedenti ma la voglia di fare qualcos’altro insieme c’è. Abbiamo scoperto un’affinità nel suonare insieme una melodia e inoltre lui è bravo e simpatico. Chi vivrà vedrà.