LE DIMISSIONI DI FIORAMONTI

Un Paese che non investe sulla scolarizzazione, poi, inevitabilmente, potrebbe finire per ritrovarsi un Fioramonti come ministro dell’Istruzione.

Sarà che in Italia non si dimette mai nessuno, sarà che ci siamo tutti un po’ stufati di discutere dei canditi nel panettone, ma oggi in Italia non si parla d’altro che delle dimissioni del ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti“Le ragioni sono da tempo e a tutti ben note: ho accettato il mio incarico con l’unico fine di invertire in modo radicale la tendenza che da decenni mette la scuola, la formazione superiore e la ricerca italiana in condizioni di forte sofferenza”. Tali presupposti sarebbero venuti meno con l’approvazione dell’ultima Legge di Bilancio, che dedica all’istruzione appena poche briciole: dunque le dimissioni sarebbero inevitabili per ragioni di coerenza, è il sunto del Fioramonti-pensiero.

Le reazioni sono state molteplici e piuttosto scomposte, quasi unanimemente critiche, con qualche limitato supporto (tra i quali spicca quello di Carlo Cottarelli).

A me pare che dovremmo tutti cominciare con un piccolo esercizio di astrazione. Proviamo per un attimo a dimenticarci che Fioramonti è Fioramonti, dunque a osservare la vicenda per quello che è, al di fuori dello spirito da tifoseria. Che i fondi investiti in Italia per l’istruzione siano ampiamente insufficienti è un dato di fatto, impossibile da contestare; che in un Paese in cui tutti sono attaccati alle poltrone, un ministro, invece di cercare fantasiose giustificazioni per continuare ad amministrare, denunci apertamente l’esistenza di un’enorme problematica sociale e decida, per di più, di compiere un gesto di rottura non mi pare affatto scandaloso. In linea di astrazione, anzi, mi sembra persino una mossa encomiabile, dal momento che, come è risaputo, quando le cose non funzionano “perseverare è diabolico”.

Poi, certo, sarebbe ingenuo tralasciare i “però”, che sono, all’evidenza, sotto gli occhi di tutti.

Però Fioramonti esce dal Governo ma continuerà a far parte della maggioranza che a quel Governo vota tutti i giorni la fiducia. Però Fioramonti fino a ieri lo conoscevano quasi solo gli addetti ai lavori e oggi è sulle prime pagine di tutti i giornali e si parla insistentemente di lui quale fondatore di un nuovo gruppo parlamentare di pretoriani del premier Conte (a tale riguardo, merita una riflessione il lucido commento di Paolo Mieli, che mette in guardia il Presidente del Consiglio dalla tentazione di formare un gruppo tutto suo, che la fine di Mario Monti è sempre in agguato). Però, infine, Fioramonti è pure sempre Fioramonti, quello secondo cui il Pil è una “lavatrice statistica”, che ama la decrescita felice e boicotta Israele, che voleva tassare le merendine e invocava i manganelli per Brunetta.

Al di là di tutto questo, ad ogni modo, ciò che mi lascia davvero perplesso è che da due giorni si continui insistentemente a parlare del dito e non della luna. In qualunque modo la si pensi su Fioramonti (personalmente: male) o sulle dimissioni di Fioramonti (personalmente: bene), non sarebbe forse il caso di concentrarci sulla vera emergenza? Ovverosia sulla drammatica circostanza che la politica italiana continui a sottovalutare una delle problematiche più drammatiche della nostra società: il livello scadente e del tutto insufficiente in cui versa la povera istruzione italiana, spesso nemmeno più in grado di far apprendere ai suoi studenti nozioni elementari (i dati ISTAT al riguardo sono da tempo ben conosciuti). Onore a Concita De Gregorio che ne ha scritto dalle colonne di Repubblica e a pochi altri: continuiamo ad aspettare fiduciosi che l’opinione pubblica si risvegli dai pranzi di Natale. Quella che sostiene Fioramonti, ma anche e soprattutto quella che lo critica: perché un Paese che non investe sulla scolarizzazione, poi, inevitabilmente, potrebbe finire per ritrovarsi un Fioramonti come ministro dell’Istruzione.