LAVORO E SALARI STROZZATI DAL PROFITTO ALTRUI

L'Italia, così come altri Paesi europei, potrebbe uscire dalla crisi sanitaria ancora più debole a vantaggio, per esempio, dell'economia tedesca che tenderebbe al rialzo. Al via il vertice europeo per delineare una strategia comune per affrontare la crisi economica prodotta dal Covid 19. Tra i promotori dell’incontro c’è l’Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio e Lussemburgo. Il tema principale girerà intorno ai finanziamenti statali in veste di Coronabond

Nonostante le continue proteste provenienti da Berlino e Amsterdam, il finanziamento incondizionato appare l’unica via perseguibile per salvaguardare non solo la salute dei cittadini ma anche la capacità economica degli Stati membri. In particolar modo per chi, come l’Italia, ha un’ossatura economica composta prevalentemente da piccoli e medi esercenti. Nella lettera inviata alla commissione dagli Stati firmatari si legge:

…Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficiente e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro. (…) Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poiché tutti affrontano uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenza negative gravano su tutti…”.

Sorgono legittimi dubbi, però, sul fatto che tale crisi possa essere considerata simmetrica o meno. La profondità del crollo economico e la risposta degli Stati, infatti, non appare livellata. Tra Germania e Italia, ad esempio, esiste una differenza importante che riguarda gli investimenti messi sul tavolo per arginare la regressione. Ai 550 miliardi di scudo fiscale stanziati dal governo tedesco, Roma ha risposto con un flusso di capitale di circa 350. Appare chiaro che le conseguenze saranno ben differenti.

Se, come sostenuto, si trattasse di crisi asimmetrica, il mercato italiano nel breve periodo risponderebbe con una riduzione della produzione a cui seguirebbe un conseguenziale aumento della produttività tedesca. Ulteriormente anche i salari italiani vedrebbero una significativa contrattura. Al contrario di quella dei lavoratori tedeschi che aumenterebbero grazie a una maggiore produttività come, del resto, gli stessi prezzi dei prodotti. In un contesto di salari flessibili, sul lungo periodo, l’inflazione produrrebbe ulteriori mutamenti. Infatti, vista la specificità dei mercati di ritornare automaticamente in equilibrio, la Germania risponderebbe all’inflazione galoppante con un abbassamento di produttività e dei rispettivi salari. L’Italia, d’altra parte, in una situazione di crisi e di deprezzamento della merce tornerebbe ad essere maggiormente competitiva sul mercato internazionale, guadagnando posizioni sui cugini teutonici. Ma non abbastanza. Infatti, il mercato tornerà in equilibrio probabilmente stazionando su un livello diverso da quello precrisi.

L’unione monetaria permetterà, infine, di arrivare a un nuovo punto d’equilibrio nel quale la produzione e i salari italiani saranno ridotti mentre quelli tedeschi aumenteranno. La forza lavoro sarà dunque utilizzata come merce di scambio per tornare ad avere un assetto economico comunitario ancor più squilibrato e tendenzialmente a favore dei Paesi dell’Europa del Nord. In questi termini si può spiegare la fermezza di Berlino e dell’Aja nel rigettare i piani d’aiuto incondizionati che provengono dal Sud Europa. Insomma, oltre il danno anche la beffa. La retorica della solidarietà e del trovarci tutti sulla stessa barca cozza con la realtà. In prospettiva gli Stati, più forti e vigorosi economicamente, si troveranno ulteriormente rafforzati mentre i più deboli verranno ridotti in miseria.