LA DITTATURA DELLA QUARANTENA

La permanenza obbligata non è vissuta psicologicamente alla stessa stregua da tutti e, per la maggior parte delle persone sole, è una brutta bestia

È una brutta bestia. Come una malattia improvvisa da combattere e vincere. Ma la quarantena, spesso non è democratica.

Proviamo a riflettere, in particolare chi se ne lamenta oltremodo.

L’isolamento, per tutti, specialmente per la categoria di persone che vivono da sole, sia che si trovino in questa condizione per libera scelta, o per situazione “indotta” (separati, divorziati), o per fatti ineluttabili (vedovanza), questo tempo di costrizione, pare venga affrontato, nonostante tutto, abbastanza bene dai più, tollerata da molti, senza troppi affanni o ansie, ma decisamente con molta insofferenza da una buona parte. Purtroppo questi ultimi sono destinati ad aumentare, visto il protrarsi delle restrizioni, causa la virulenza, ancora oggi, della terribile pandemia in corso. Ed è normale, superato un certo limite di tempo, che si entri nella seconda fase, quella della forma psichica più vicina all’alienazione mentale, qualche volta espressa nell’ improvvisa sensazione fisica di un “mi manca l’aria”, come nell’altrettanta necessità più comune, di un rassicurante, ma ahimè, mancato abbraccio.

Ecco dunque che la quarantena non è vissuta psicologicamente alla stessa stregua da tutti, e per la maggior parte delle persone sole, è una brutta bestia. Chi si trova in questa condizione, in buona parte, in sostanza non lo ammetterà mai, anzi dichiara di stare bene, di sapersi organizzare la giornata in tutta serenità. Ma sappiamo che lo si dice più per rassicurare sé stesso/a, prima che i congiunti e gli amici. Perché si rimane confinati in casa, come si è detto, non per scelta, ma obbligati, anche se per un motivo più che valido. Il che non è una differenza da poco. Ma la capacità di adattamento dell’uomo, infine, dovrebbe fare la differenza, a sua volta.

Ci sta. Una, forse due settimane. Ma dopo? Trascorse quattro settimane in totale solitudine? Ecco che qualcosa cambia, si hanno meno stimoli, la determinazione inizia a vacillare. Ci si è confrontati nelle più classiche ricette di pizze, e poi col pane fatto in casa, una vera gara; pane di tutte le forme e farine immaginabili (peggio per gli altri, più sfigati, i meno veloci, che non le trovano più sugli scaffali del supermercato). Una vera maratona. Alla ricerca del lievito madre perduto. Ci si è impiastricciate, lordato un’intera cucina per un mese, nel tentativo di produrre in meno tempo possibile tutte le più fantasiose ciambelle, e le crostate (non facciamo scherzi, mica possiamo arrivare seconde, che magari si pensi d’aver copiato la ricetta di quell’antipatica lì, eh no!), nonché sfornato chili, quintali di improbabili biscotti allo zafferano, allo zenzero, ai semi di papavero, senza ma anche con uova. Con, ma anche senza latte, burro, lievito (per gli intolleranti). E poi, all’improvviso, finisce tutto, nessuna voglia più. Arriva all’improvviso l’apatia, seguita quasi dall’insofferenza; perché pensi, un mese è tanto. Già.

E lì inizia il momento peggiore. Ma la reale capacità di adattamento dell’uomo, infine, dovrebbe fare la differenza, a sua volta.

Ecco che allora si prova un certo fastidio nel sentire chi rifiuta il pensiero di dover rimanere ancora in casa, e lo mette pure in pratica, trasgredendo, trasformandosi in potenziali assassini, pericolosi per sé e per gli altri. Senza pensare a chi invece, deve lavorare, dunque a rischio contagio; a chi vorrebbe, loro sì, restare in casa, anche in totale solitudine, e non rischiare di restare contagiati, di conseguenza divenire potenziali ‘’untori’’ dei figli, della propria famiglia tutta. A questi lavoratori che vorrebbe, loro sì, restare in casa, e non possono, non si pensa.

Per non parlare dei medici, degli infermieri, di tutti gli ausiliari che sono morti, da veri martiri, nel tentativo di salvare la vita a degli sconosciuti. Che è molto più plausibile pensare di poter rischiare la vita per i propri figli, i congiunti prossimi, e non per dei perfetti sconosciuti, questo non l’avevano proprio previsto. Eppure non si sono tirati indietro, fino a morirne. E quel Giuramento d’Ippocrate, forse sottovalutato, assume oggi un valore, un significato molto più profondo, finora impensabile.

E allora che senso ha, che valore ha, scalpitare, lamentare di dover rimanere al chiuso, al sicuro. Ridicoli, andate in Ecuador, a morire per strada e a rimanerci per giorni da cadaveri, senza nessuno che vi pianga. Ingrati, chi (i più fortunati), pur avendo ancora un lavoro – che magari svolge comodamente in casa – non riflette sulla opportunità, la possibilità di poter approfittare di questo tempo malvagio, certo, ma che permette a molti di trascorrere più ore coi figli, di conoscerli più nel profondo, di abbracciarli più spesso, per quando non saranno più vicini, ma magari sparsi per il mondo, da adulti. Stolti chi non sa approfittare di questo tempo crudele, ma che dà la possibilità di parlare, di condividere al meglio un fine settimana in casa, certo, ma con un compagno, una compagna, con cui magari riprendere il contatto fisico e mentale, per dire tutto ciò che non si è detto più da troppo tempo.

Ingrati, chi non sa approfittare di questo tempo che confina, limita le abitudini, i desideri, certo, ma che può riuscire ad ‘’estrarre’’ il meglio di ognuno, e alla fine può renderci ‘’vincitori’’, come di un terno al lotto inaspettato. Inventarsi nuovi orizzonti dell’anima, rallegrandosi di poterlo condividere, o semplicemente esserne consapevoli, è approfittare con intelligenza, e dare un senso nuovo alla vita, a quella che rimane. Facciamolo, chi ancora può.

Sarà assolutamente cosa buona e giusta.