LA DEBACLE DELL’EUROPA UNITA

La Cina fornisce, quasi in via esclusiva, la maggioranza dei presidi sanitari e farmaceutici utilizzati contro la pandemia nel Vecchio Continente. Mes e Recovery Fund sono atti di strozzinaggio senza alcuna valenza di sviluppo economico. Un altro errore in questo tragico momento storico e per l’UE sarà la fine.

Josep Borrell

L’Europa politica guarda con sempre più insistenza verso Est, e non rinnega la dottrina neoliberista né la globalizzazione. Questo almeno secondo quanto ha dichiarato Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.  In un discorso a tratti contraddittorio, il politico d’origine spagnola, ha prima difeso i capisaldi dell’ideologia del libero mercato, per poi additare le colpe dell’impreparazione europea di fronte alla crisi sanitaria alla globalizzazione stessa. Secondo Borrell, la fase post pandemica condurrà l’economia comunitaria a imbattersi in nuove sfide che potranno essere vinte soltanto tramite l’aumento della produzione interna dei beni di prima necessità:

“…Questa pandemia non segnerà la fine della globalizzazione – ha dichiarato Borrell – tuttavia metterà in discussione una serie di modalità e ipotesi ideologiche, tra le quali, in particolare, il famoso mantra neoliberista: mercati aperti, ridimensionamento dello Stato e privatizzazione. Queste modalità, messe alla prova già prima dell’inizio della crisi, saranno una sfida ancora di più in futuro. Nell’ultimo decennio l’espansione è aumentata a causa dello sviluppo di catene di approvvigionamento che sono in costante crescita per numero e dimensione. Il risultato di queste catene è il fatto che le merci possono essere realizzate producendo componenti in luoghi diversi al fine di ridurre al minimo i costi. Ciò è reso ancora più semplice dalla riduzione dei prezzi del trasporto e dallo sviluppo delle telecomunicazioni. La digitalizzazione dell’economia ha accentuato questa tendenza, a beneficio di molti Paesi emergenti tra cui Cina e India, attirando una grande parte della produzione tessile ed elettronica di consumo in settori come quello farmaceutico. Più di 300 delle 500 principali aziende mondiali hanno una presenza a Wuhan, dove è iniziata la pandemia. Questa estensione delle catene di approvvigionamento e l’estrema facilità con cui potevano essere istituite, ha alimentato l’idea che non vi fossero più problemi per quanto attiene l’offerta, a ben vedere l’abbondanza delle forniture. La realtà, però, ha smentito la teoria. L’uso dello storage è diventato una pratica antieconomica. Anche quei Paesi che erano meglio preparati al rischio di una pandemia hanno abbassato la guardia con il passare degli anni…”.

La maggior parte delle industrie farmaceutiche si trovano in Cina

Probabilmente l’ex presidente del Parlamento europeo, nonché membro del PSOE spagnolo, ha dimenticato che nel momento in cui la globalizzazione ha avuto il suo massimo slancio (venduta ai popoli come nuova conquista da parte dell’umanità) lui dirigeva uno dei massimi dicasteri dell’Eurozona. Non solo, a ridosso della crisi dei mercati del 2008, fu proprio l’Unione Europea a voltare le spalle ai nascenti mercati dell’Est, relegandoli a semplici luoghi di produzione a basso costo. Ignorando, così, la sfida globale lanciata da Pechino per erodere la supremazia mondiale del dollaro. In maniera abbastanza goffa Borrell tenta, adesso, di colpevolizzare le cosiddette “tigri asiatiche” ree di aver tenuto per sé le scorte mondiali di dispositivi di sicurezza sanitari, mutilando di fatto la potenziale risposta dell’UE nei riguardi del virus. Chi sa se l’Alto rappresentante dell’Unione ricorda le proteste dei lavoratori che infiammarono il Vecchio Continente nei giorni del suo mandato? O quella marea di dipendenti che finirono i cassa integrazione in seguito alle delocalizzazioni?

All’epoca si disse che i lavoratori avevano sbagliato perché non capivano la nuova direzione che l’economia mondiale aveva imboccato. La stessa Unione ebbe a etichettarli come facinorosi ed esaltati. Invece quella miriade di salariati e di piccoli imprenditori aveva intuito fin troppo bene quale futuro li avrebbe attesi.

 “…Siamo estremamente dipendenti dalla Cina in termini di importazioni di numerosi prodotti – ha ammesso il funzionario europeo – in particolare maschere e indumenti protettivi (50 percento). Inoltre il 40 percento degli antibiotici importati dalla Germania, dalla Francia e dall’Italia proviene dalla Cina, che produce il 90 percento della penicillina consumata nel mondo. Attualmente non viene prodotto in Europa un grammo di paracetamolo. La creazione di un inventario o di una riserva strategica di prodotti essenziali consentirebbe quindi all’Europa di prevenire le carenze e garantire la disponibilità di tali prodotti in tutto il continente…”.

Manifestanti contro la delocalizzazione

Sebbene in maniera velata l’UE pare abbia riconosciuto le proprie colpe, nella realtà dei fatti tenta però di distorcere la radice di tali scelte. Infatti, tra Mes e Recovery fund, nessuno ha ancora parlato della necessità di attuare una decisa retromarcia in termini di frazionamento dell’entità produttiva. Fino a quando l’UE non ammetterà che la politica neocolonialista attuata nei Paesi meno industrializzati è stata la vera responsabile di tale debacle economica, non solo continuerà a perdere la fiducia da parte dei cittadini che la compongono, ma, soprattutto, rimarrà incapace di offrire risposte concrete a tutte quelle persone che oggi sono costrette ad affrontare, sulla propria pelle, le conseguenze della regressione economica. Così facendo per l’Unione Europea sarà inevitabilmente la fine.