IL MOSTRO DI MODENA: NUOVE INDAGINI E FORSE UNA SVOLTA

L’arma del delitto, l’assassino sempre alle spalle delle sue vittime, gli intervalli di tempo regolari degli eventi, i luoghi dei ritrovamenti dei cadaveri che, collegati, formano un pentacolo, un simbolo esoterico che evoca il diavolo. Modus operandi di un serial killer o tragiche coincidenze?

Nel giugno del 2019, il procuratore capo di Modena Paolo Giovaglioli ha deciso di riaprire il caso del mostro di Modena, così battezzato dall’allora titolare della cronaca nera della “Gazzetta di Modena”, Pier Luigi Salinaro, oggi in pensione. La consulenza del giornalista è stata anche utile per la realizzazione del docufilm del regista Gabriele Veronesi, andato in onda l’11 e il 12 giugno sul canale SkyCrime+Investigation, che ripercorre gli otto delitti efferati compiuti dal 1985 al 1995 nei confronti di giovani donne legate al mondo della droga e della prostituzione, di Modena e provincia, regalando così, a questo cold case, quella visibilità mediatica che gli era mancata.

All’epoca, sulle indagini era scesa da subito una coltre di nebbia, tra una certa insofferenza della città per la sorte delle vittime, considerate di minore interesse rispetto ad altre, per i depistaggi e per gli errori investigativi della Procura. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio del 1995, veniva assassinata per soffocamento nella sua abitazione di via Rua Freda, nel centro di Modena, la prostituta trentunenne Monica Abate. Quello della Abate fu l’ultimo di una sequenza di delitti che, nell’arco di dieci anni, fece otto vittime, sette delle quali utilizzavano la prostituzione come mezzo per procurarsi i soldi necessari per acquistare la droga.

In ordine temporale, la prima vittima fu Giovanna Marchetti, di 19 anni, rinvenuta il 21 agosto 1985 nelle vicinanze della fornace abbandonata di Baggiovara, con il volto sfigurato e il cranio fracassato da una grossa pietra, trovata accanto al corpo senza vita. Le indagini proseguirono per sei mesi, concentrandosi su un paio di sospettati: un agricoltore della provincia di Reggio Emilia, che venne scagionato dopo tre mesi di carcere, poi il fidanzato della vittima, tossicodipendente, subito riconosciuto estraneo ai fatti.

Due anni dopo la brutale uccisione, la notte del 12 settembre 1987, fu il turno della ventiduenne Donatella Guerra, che giaceva nelle cave di San Damaso, assassinata con due coltellate, una al cuore e una alla carotide. Durante i sopralluoghi, la scientifica rilevò l’impronta di uno pneumatico accanto al corpo, che era riconducibile a una Fiat 131. Appena due mesi dopo, si verificò un altro delitto: a Gargallo, frazione di Carpi, morì Marina Balboni, strangolata con la sua sciarpa gialla. A seguito di colloqui tenuti con alcune prostitute, si sospettò che Marina potesse essere a conoscenza di particolari della morte dell’amica Donatella, che aveva visto salire sull’auto del suo ultimo cliente.

Alla tetra lista si aggiunse ancora Claudia Santachiara, 24 anni, sempre strangolata e rinvenuta cadavere il 30 maggio del 1989 in un vicolo di campagna alla periferia di Panzano, frazione di Campogalliano: il corpo era denudato, aveva al collo solo il laccio usato dall’omicida. Le indagini durarono un paio di mesi, fu arrestato un sospettato che subito dopo fu scagionato. L’8 marzo 1990, a Staggia di Bomporto, venne recuperato il corpo di Fabiana Zuccarini, strozzata. Purtroppo la scia di sangue non si arrestò e, il 4 febbraio 1992, nelle campagne attorno a San Prospero, comparve la salma di Anna Abbruzzese, 32 anni, strangolata con un laccio o fil di ferro. E poi ancora la ventunenne Annamaria Palermo, morta con 11 stilettate al cuore, in un fosso di Corlo, frazione di Formigine.

Salinaro riconobbe una serialità in questi omicidi, tanto che individuò un modus operandi più o meno costante: l’arma del delitto, la posizione del presunto killer alle spalle delle sue vittime, gli intervalli di tempo regolari degli eventi, i luoghi dei ritrovamenti dei cadaveri che, collegati l’un l’altro da una serie di linee, formavano un pentacolo, figura geometrica considerata, in alcuni ambiti esoterici, un simbolo demoniaco.

Tuttavia, la pista satanista non fu mai presa in considerazione dagli inquirenti, né questi furono totalmente convinti di trovarsi di fronte a un serial killer: la maggioranza delle donne era stata strangolata, ma due di loro erano state accoltellate e a una era stata sfondata la testa con una grossa pietra. La scansione temporale dei delitti era sì riconducibile a intervalli di due anni, ma con qualche forzatura: Guerra e Balboni furono uccise entrambe nel 1987, a distanza di neanche due mesi, Zuccarini, l’unica a non prostituirsi, fu eliminata circa dieci mesi dopo Santachiara, Abate circa un anno dopo Palermo.

All’epoca dei fatti fu impossibile contare, oltre che su una metodologia investigativa tecnicamente avanzata, anche su una continuità d’indagine: infatti, ogni volta fu nominato un magistrato diverso, senza mai creare un pool fino alla seconda metà degli anni Novanta, quando il caso dell’ultima vittima si consumò in circostanze decisamente diverse dalle altre. Monica fu soffocata a casa sua, dove non si prostituiva e l’omicida, che di sicuro la giovane conosceva, tentò di simulare una morte per overdose piantandole un ago nel braccio. Sul pianerottolo vennero identificate delle macchie di sangue che l’esame del dna attribuì a Laura Bernardi, eroinomane e coinquilina di Abate, inquisita per omicidio volontario. All’udienza preliminare del 18 novembre 1997, però, il gip Francesco Maria Caruso la prosciolse dalle accuse, affermando che superficialità e interferenze avevano compromesso un’indagine molto delicata.

Monica Abate

Una sentenza che provocò mesi di polemiche, in quanto il giudice restituì gli atti al pubblico ministero, indicando in modo esplicito da che parte cercare perché, fin dai primi interrogatori, erano emersi i nomi di due agenti che conoscevano la ragazza e che finirono nel registro degli indagati insieme a due piccoli spacciatori. Alle forti accuse di Caruso, rispose l’ex sostituto procuratore della Repubblica Alberto Pederiali, in un’intervista rilasciata al “Resto del Carlino” nel 1998, rispedendo al mittente le accuse di negligenza nelle indagini, puntando il dito contro Laura Bernardi e dichiarando l’estraneità all’omicidio dei due poliziotti accusati.

Sul mostro di Modena, se è realmente esistito, si ha solo una certezza: non ha ancora un volto.