ETICA E DEONTOLOGIA DELLA PROFESSIONE FORENSE

Ricevere il pubblico dentro un camper decisamente no. Ma nemmeno ricevere gli assistiti in una sala d’aspetto in comune con uno studio medico. L’iniziativa di un’associazione bolognese “Amici di Piazza Grande” con i loro “avvocati da strada” per le persone meno abbienti promuove il rispetto dei valori e la dignità della persona e riscatta quindi ogni delusione, restituendo fiducia alla giustizia.

Milano – Anni addietro un avvocato aveva chiesto alla Commissione pareri del Consiglio nazionale forense se fosse possibile esercitare la professione “in forma itinerante, apprestando un camper come studio legale“. Non abbiamo mai conosciuto le ragioni della sua richiesta, ma ora come allora, ne conosciamo la risposta: “Le modalità di esercizio della professione forense in un camper, seppur dignitoso, non appaiono allo stato confacenti alla dignità della professione…”. A parte l’aporia della risposta non si può che condividere la conclusione. Il camper è certo un luogo inadatto (anche se si racconta che alcuni avvocati prestigiosi avessero l’abitudine di ricevere i clienti seduti sullo Zi Peppe: così nell’Immagine dell’avvocato e il suo riflesso, Milano, 1995), tanto più che da un luogo in movimento potrebbero trarsi motivi di ironia, discettandosi sulla domiciliazione … in viaggio, o sulle notifiche itineranti, oppure, perché no, sulla prestazione di servizi in barca o in altri luoghi galleggianti! Un secondo parere era stato richiesto al Presidente dell’ordine di Bruxelles, se un avvocato potesse dividere o meno la sala d’attesa in comune con un medico, essendo gli uffici dell’avvocato e del medico posti dirimpetto sullo stesso piano.

Professor Remo Danovi, avvocato e giurista italiano già presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano.

La risposta era stata molto precisa: ancorché negli uffici degli avvocati più clienti possano ritrovarsi insieme, senza uno stretto rispetto dell’anonimato, è certo che questi clienti sanno di essere presenti per il bisogno di una consultazione di natura giuridica. Per contro, il fatto di accomunare anche persone che sono nella necessità di cure mediche non è conforme alla discrezione necessaria e al rispetto della riservatezza. Per di più alcuni avvisi obbligatori nelle sale di attesa dei medici potrebbero porre problemi per il rispetto del principio di dignità. Anche in questo caso mi sembra che la risposta sia del tutto corretta e la dignità e autonomia della professione non consentano condivisione di spazi. Un ultimo caso appare molto più rilevante. Una associazione di Bologna (Amici di Piazza Grande) aveva realizzato un progetto denominato “Avvocati di strada“, che si propone di tutelare e assistere gratuitamente “le persone con forte svantaggio sociale, persone ignoranti, a volte disperate, comunque emarginate dal tessuto delle relazioni sociali e dal mercato produttivo“.

Gli Avvocati di Strada di Bologna.

Gli avvocati sono tutti volontari e si impegnano a prestare gratuitamente la loro opera, presso uno sportello della Associazione e anche presso i dormitori pubblici, in giorni e orari concordati con l’Amministrazione civica, per fornire un contributo di assistenza giuridica a persone senza fissa dimora, senza beni, senza mezzi e molto spesso senza più dignità. La stessa magistratura è stata adita per assicurare la concessione di una residenza da parte della Amministrazione al mondo degli esclusi. In questo caso non conta il luogo della prestazione ma la finalità a cui essa è ispirata, volta a dare attenzione e tutela ai cittadini inermi e senza dimora. Di più. Mi sembra che questa iniziativa conferisca onore alla professione. Se è vero infatti che il modello di giustizia suscita molto spesso perplessità e critiche, è di conforto constatare che, in questo caso, l’impegno degli avvocati promuove il rispetto dei valori e la dignità della persona; riscatta quindi ogni delusione, restituendo fiducia alla giustizia.