ESCLUSIVO – DAL CAMERUN PER COMBATTERE IL CAPORALATO IN ITALIA. INTERVISTA A YVAN SAGNET.

Oltre il caporalato in Italia esistono i lavoratori sotto-salariati, il lavoro nero e i lavoratori schiavizzati, fra questi anche molte donne. Nel Nord del Bel Paese alcune di queste situazioni precarie diventano "autorizzate". La politica è assente secondo il noto attivista camerunense nominato Cavaliere della Repubblica.

Nardò – La pandemia ha messo a nudo la fragilità dell’agricoltura italiana, in gran parte retta da lavoratori stagionali stranieri, spesso sfruttati. Qualcuno, però, sta cercando di costruire un’alternativa etica: l’attivista Yvan Sagnet, 35 anni, con l’associazione NoCap. Giunto in Italia dal Camerun nel 2007 per studiare Ingegneria al Politecnico di Torino, nell’estate del 2011 Yvan iniziava a lavorare come bracciante nella raccolta dei pomodori alla Masseria Boncuri di Nardò. Qui scopre sulla sua pelle la barbarie del caporalato e organizza uno sciopero che porta, in due mesi, alla prima legge che punisce gli sfruttatori dei braccianti agricoli. Da allora Yvan e l’associazione NoCap lottano per i diritti dei lavoratori della terra e per cambiare un sistema indifferente alla dignità umana. Noi di Pop abbiamo incontrato Yvan a cui abbiamo posto diverse domande.

Cosa pensi della regolarizzazione temporanea degli stranieri approvata nel dl Rilancio e di come le istituzioni hanno gestito la questione dell’agricoltura?

“…Il grande limite della politica italiana è stato quello dell’affrontare i problemi dal punto di vista dell’emergenza, come per il virus – dice l’attivista camerunense –  e non di attuare politiche lungimiranti per risolvere i problemi strutturali. Io penso che sia giunto il momento che la politica affronti i problemi in modo lungimirante. Se mi dai un permesso di soggiorno per sei mesi è chiaro che dopo sei mesi non trovo lavoro, divento irregolare e non si risolve niente. Serve a monte una politica sulla migrazione e sul diritto d’asilo e bisogna parlare di diritti universali: non si possono legare le persone solo all’utilità economica. Queste sono questioni da affrontare che purtroppo la politica continua a non affrontare…”.

Yvan durante una manifestazione di braccianti.

Come hai scritto in Ghetto Italia il caporalato è un fenomeno che riguarda tutta la penisola, eppure viene narrato perlopiù come un problema del Mezzogiorno: a chi fa comodo questa versione dei fatti?

“…Agli addetti alla spettacolarizzazione dei fenomeni – risponde Yvan – e questo crea anche una certa superficialità nell’affrontare la questione. Il caporalato è un fenomeno diffuso a livello nazionale: i lavoratori girano a seconda della stagionalità delle produzioni. Poi bisogna anche capire cosa intendiamo per caporalato, perché questo è solo una parte dello sfruttamento, un fenomeno accessorio al sistema che c’è in agricoltura. Poi ci sono anche i sotto-salariati, il lavoro nero e i fenomeni di schiavismo.  Al Nord, ad esempio, c’è quello che chiamiamo caporalato 2.0 e che riguarda le cooperative senza terra che replicano gli stessi fenomeni di sfruttamento del Sud, con la differenza di essere legali. Funziona così nel Chianti, con le mele del trentino, con il mais nel mantovano e in altre parti del Nord Italia…”. 

Hai definito il caporalato come “un fenomeno accessorio”, come un effetto: qual’è la causa che lo genera?

“…Il caporalato è funzionale a un modello di sviluppo economico capitalistico e neoliberista incentrato sul potere delle multinazionali della GDO, la Grande Distribuzione Organizzata – aggiunge Sagnete da qui nasce anche la nostra associazione, bisogna lavorare sulla prevenzione. Nella filiera agricola abbiamo al vertice la GDO che fa i prezzi, poi l’industria di trasformazione, poi le imprese agricole e infine i lavoratori. Abbiamo un sistema a catena in cui chi sta sopra schiaccia chi sta sotto. Invece di partire dal basso, bisogna partire da chi ha il potere, cioè la GDO. Quest’anno il pomodoro costerà nove centesimi al chilo, l’arancia di Rosarno sei centesimi al chilo: con questi prezzi irrisori l’agricoltore non riesce ad applicare i contratti collettivi nazionali di lavoro…”.

I prodotti NO-CAP di Yvan Sagnet.

Come associazione NoCap, dove e come intervenite concretamente per tentare di spezzare questa catena?

“…Il nostro è un approccio globale – continua Yvan – abbiamo un metodo incentrato sul bollino etico che va a certificare tutti gli anelli della filiera. Mettiamo insieme gli attori principali della filiera agroalimentare e li mettiamo insieme allo stesso tavolo. Più concretamente: quando troviamo un’impresa della distribuzione disposta a lavorare con noi, partiamo dal prezzo del prodotto: questa catena deve mettere a disposizione dei prezzi sostenibili. Poi andiamo dal produttore per illustrargli la possibilità di vendere i prodotti nei supermercati in cui sono garantiti questi prezzi: si avvia quindi un’analisi dei costi per valutare quanto costa produrre, per esempio, un chilo di pomodori senza sfruttamento, applicando i contratti collettivi nazionali alla lettera. Su questa base facciamo un prezzo finale che sottoponiamo di nuovo al distributore. Se il distributore è d’accordo, il progetto parte e tutti sono soddisfatti, il produttore non ha più l’alibi del sottocosto, i lavoratori hanno contratti regolari e sono tutelati. Quindi, per quanto riguarda la parte commerciale, creiamo condizioni di mercato sostenibili per i nostri produttori. Per quanto riguarda la parte sociale: i lavoratori inseriti in questa filiera virtuosa spesso vengono dai ghetti. Non diamo diritti a chi ha già diritti, noi andiamo verso i braccianti sfruttati. Andiamo in questi luoghi della contraddizione sociale che sono le baraccopoli e prendiamo i ragazzi sfidando i caporali e la criminalità che li controlla; li inseriamo in un circuito di lavoro legale dando loro non solo un contratto ma anche alloggi e un sistema di trasporto degno. Alla fine il prodotto agricolo lo vendiamo nella catena della distribuzione affiliata al progetto e così abbiamo costruito un meccanismo virtuoso, chiuso e circolare che consenta a tutti di guadagnare. Abbiamo sperimentato quest’inverno il primo progetto pilota con il gruppo Megamark, una ventina di imprese agricole tra Puglia, Basilicata e Sicilia. Finora abbiamo inserito 120-150 lavoratori e stiamo lavorando per inserirne altri 800 quest’anno…”.

Yvan Sagnet nominato cavaliere della Repubblica dal presidente Mattarella. 

Il prodotto che arriva in distribuzione con il bollino etico ha mediamente un prezzo più alto rispetto a quello di un prodotto non certificato?

“…Noi cerchiamo con i nostri prodotti di rendere il prezzo il più sostenibile possibile per il consumatore – dichiara l’attivista – è chiaro che se facciamo come hanno fatto in passato alcuni, come il Commercio Equo e Solidale, immettendo sul mercato prodotti a prezzi molto elevati, il consumatore spesso non se lo può permettere di acquistare frutta e ortaggi. Per una fase iniziale, visto che il progetto non è ancora arrivato a sistema, i prodotti costeranno poco più di quelli convenzionali. Poi quando avremo grande quantità di prodotto sul mercato i prezzi si abbasseranno, ma tutto dipenderà dell’andamento del mercato e dalla risposta della società…”.

Il premio “Ho L’Africa nel cuore” a Yvan Sagnet.

Ritieni che il vostro progetto sia di per sé sufficiente per cambiare il sistema o serve anche un intervento governativo?

 “…Servono entrambe le cose – conclude il cavalier Sagnet – serve una legge europea e nazionale sulla certificazione etica della filiera e sulla responsabilità sociale d’impresa, perché non è possibile continuare a vendere ciò che viene prodotto con lo sfruttamento. Noi stiamo facendo delle proposte, c’è un disegno di legge in corso e ci stiamo lavorando. Poi bisogna intervenire anche sulla coscienza del cittadino. NoCap nasce per passare dalla protesta alla proposta. In questi anni abbiamo fatto degli errori basando tutto sulla denuncia. Capisco che la proposta è la parte più difficile, ma da quando siamo partiti stiamo vedendo già qualche risultato tangibile: tra sfruttati di ieri che vedono i propri diritti riconosciuti e aziende prima in ginocchio che hanno di nuovo respiro, vuol dire che c’è un’altra agricoltura possibile…”.