ELEMOSINA DALL’UNIONE ALTRO CHE FIUME DI SOLDI

Se sono prestiti sembrano ceduti a strozzo, se sono investimenti non ce ne siamo accorti. Favorite le multinazionali a scapito dei lavoratori disoccupati. E’ questa l’Europa che volevamo? C’è ancora una possibilità di fuga: non sprechiamola.

Ormai sembra essere ufficiale: è in atto una delle più grandi distorsioni della realtà. La retorica finalmente lascia spazio ai fatti, e mostra uno scenario differente rispetto a quello che quotidianamente ci viene offerto. La favola dell’Europa premurosa, pronta a mettere sul piatto 3.390 miliardi di euro per affrontare l’emergenza in corso non è solo contraddittoria, ma in alcuni passaggi risulterebbe estremamente tendenziosa. Ciò che la presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha mostrato al mondo come una vittoria, in realtà segna la peggiore sconfitta dell’Europa politica. Non solo, il silenzio assenso sia della maggioranza che dell’opposizione nostrane dimostra come in realtà la tragicommedia andata in scena in questi giorni non sia molto distante dalla farsa. Nell’ultima settimana, sul sito del Consiglio Europeo è stato pubblicato il grafico che troverete qui sotto. Tramite questo riferimento si sarebbe voluto dimostrare l’impegno economico dell’UE nella crisi. Se a una prima lettura le cifre possano sembrare importanti, dopo un’attenta analisi emerge la congruità dell’inganno europeo.

Il grafico sugli aiuti economici offerti dall’UE

La fetta bianca, quella più cospicua, rappresenta “…Le misure di liquidità nazionali inclusive di piani approvati sotto le regole europee temporanee e flessibili sugli aiuti di Stato…” In che senso? Sostanzialmente si tratta di incentivi statali, e non comunitari, volti a fornire credito alle imprese in difficoltà. Inoltre si tratta di prestiti bancari che dovranno essere restituiti con gli interessi. I 2.450 miliardi rappresentano il tetto massimo delle garanzie pubbliche nazionali sui citati prestiti. Il contributo dell’Europa si riduce ad un mero alleggerimento delle proprie clausole, già piuttosto vessatorie. Nella realtà dei fatti non è previsto alcun investimento comunitario. Ci troviamo davanti a una misura nazionale che la Commissione Europea rivendica come propria. Ragionamento analogo per la seconda fetta in ordine di grandezza: quella gialla. Qui si parla di misure nazionali adottate tramite “…Le regole di flessibilità di bilancio dell’Unione prevista in caso di emergenza…”. Anche in questo caso sembra che l’unico contributo comunitario sia quello di permettere agli Stati membri, ovvero quelli che dovrebbero deliberare sulla bontà o meno di alcuni regolamenti collegiali, una maggiore flessibilità. Questi soldi (330 miliardi di euro), infatti, sono investimenti effettuati dagli Stati tramite misure straordinarie dettate dall’emergenza sanitaria.

Dovremmo allora ringraziare l’Europa che ci permette di non morire chiudendo un occhio sui pilastri del trattato di Maastricht? “…Com’è magnanimo lei…” direbbe il povero Fantozzi al cospetto del suo Super-mega-direttore-galattico… Insomma quando il diavolo accarezza vuole l’anima. Finalmente, al terzo posto – fetta verde chiara – entra in gioco l’Europa, e il proverbio appena citato diventa quanto mai azzeccato. Infatti, i 240 miliardi entrerebbero in circolazione solo a MES acquisito. Più volte abbiamo scritto su queste colonne che il MES si potrebbe trasformarsi in una trappola finanziaria che costringerebbe l’Italia, come molti altri Paesi, a perdere una parte della propria sovranità in materia economica a favore dell’FMI. Infatti, per ricevere il MES senza condizioni, servirebbe un bilancio che attualmente anche la stessa Germania non ha in tasca. Se consideriamo meramente il fatto che il nostro rapporto deficit Pil si aggira intorno al 137%, sarebbe impensabile usufruire del Meccanismo Europeo di Stabilità senza andare incontro a un percorso di forte austerity. E in questo senso le prospettive sarebbero le più disparate: taglio alle pensioni come in Grecia? Nuovi tagli alla sanità e all’istruzione pubblica? Altre modifiche sui contratti a tempo indeterminato? Anche gli stessi Recovery Fund sarebbero una trappola, poiché inseriti, a scadenza fissa, nel bilancio della Comunità.

Continuando nella disamina del grafico troviamo la fetta in blu, quella del BEI. La tanto fumosa misura chiamata BEI, non sarebbe altro che un ennesimo fondo di garanzia, questa volta europeo, rivolto alle imprese in difficoltà. Come per il primo spicchio, il fondo sarebbe costruito tramite la tortuosa strada dei prestiti e non si tratterebbe di investimenti a fondo perduto. Di questi 200 miliardi ancora non si è visto un euro e la burocrazia per accedervi sembrerebbe già complessa e impostata, fin dal principio, sull’esclusione più che sull’inclusione. Come San Tommaso ci riserviamo il diritto di non credere fino alla confutazione empirica dei fatti. Arriveranno? Non arriveranno? Sembra comunque strano rivendicare una cosa che ancora non è stata realizzata. Dulcis in fundo, fetta arancione, finalmente i lavoratori e la gente comune. L’Unione Europea ha deliberato l’utilizzo di 100 miliardi per finanziare un programma volto al sostegno per chi ha perso il lavoro. Troppo poco. Questi soldi, infatti, andranno redistribuiti in maniera proporzionale tra i 27 Stati con un tetto massimo di 10 miliardi cadauno. Basta sbirciare il bilancio italiano in tempi non sospetti per capire che il Bel Paese si fa carico di circa 30 miliardi ogni anno per Cassa Integrazione e Garanzia. Lo stesso Conte ha ammesso che soltanto nelle settimane di forte pandemia i soldi destinati a tali bisogni sono stati 9 miliardi. Dunque una cifra che non solo è estremamente inadeguata ma che ha tutta la parvenza del mancato rispetto per chi ha lavorato una vita intera, con orari impossibili, in situazioni di sicurezza precaria, e che nel momento del bisogno si vede abbandonato sia da Stato che dall’Unione Europea.

In tanti finiranno in Cassa integrazione

Lo spettacolo è finito, il Re è nudo. L’Unione Europea ha mostrato ancora una volta il suo volto da cravattaro, sfoderando dogmatismi hobbesiani, guardano con incanto a una società orwelliana. A destare ancor più sgomento non è solo la volatilità di questo denaro ma la ratio della divisione. Tra i fondi destinati alle imprese e quelli per i lavoratori disoccupati, insistono discrepanze di diversi miliardi, troppi per non destare sospetti. Allora i dubbi sorgono spontanei: perché le multinazionali che per anni hanno fatturato cifre da capogiro, beneficiando di una legislazione comunitaria plasmata sui loro interessi, devono ottenere maggiori bonus rispetto a un lavoratore disoccupato? Diventeremo tutti dipendenti di qualche multinazionale? Da Salvini fino a Conte passando per la Meloni, perché i nostri politici tacciono?

Via, prima che sia troppo tardi.