DIVERSAMENTE ABILI ABBANDONATI ALLA FAME

I recenti decreti non prevedono direttive chiare a sostegno delle categorie disagiate. Protestano le associazioni a tutela delle persone meno fortunate che rischiano di rimanere in un pericoloso limbo normativo.

Soli, senza linee guida e punti di riferimento. Sono le associazioni che operano nel campo della disabilità tagliate fuori da ogni forma di supporto per la fase di ripartenza. Molte rischiano di non riaprire e gli effetti si ripercuoteranno su migliaia di utenti già disorientati e destabilizzati da un lock-down che ha spezzato la “vitale” routine quotidiana. A lanciare l’allarme è l’Anffas (Associazione nazionale famiglie con disabilità intellettiva e/o relazionale) e, nello specifico, il presidente della sede di Modica – che copre il comprensorio sud della provincia di Ragusa – che evidenzia come le difficoltà siano ancora più accentuate in Sicilia.  Il Governo regionale è sordo e non chiarisce alcuni aspetti fondamentali che possono consentire alle associazioni di riaprire in serenità.

“…In base a quanto letto finora – sostiene Giovanni Provvidenza, presidente dell’Anffas Modica – sono ancora molti i nodi da sciogliere per poter capire se ed in che misura il dettato normativo sia applicabile anche alla nostra “peculiare” natura, pur avendo la possibilità di adeguarci alle prescrizioni della Regione (suddivisione in turni dei ragazzi che frequentano il centro, distanziamento, la nomina di un responsabile della sicurezza, uso di mascherine, controllo della temperatura ecc.). Infatti, la circolare dell’assessore alla sanità della Regione siciliana, emanata per guidare la ripartenza a partire dal 18 maggio, fa espressamente riferimento a centri di riabilitazione e a centri diurni accreditati e a centri socio-educativi per minori e questo pone un problema non da poco, questi enti sono gestiti, appunto, dall’assessore alla sanità. La nostra associazione non rientra in nessuna di queste categorie, noi aspettiamo le linee guida dall’Assessore alla Famiglia che ancora non sono arrivate. Inoltre, non essendo il nostro centro convenzionato con un ente pubblico, chi sarebbe il nostro interlocutore e quale ente dovrebbe autorizzarci a riaprire le nostre porte? Come associazione, avvieremo subito le interlocuzioni necessarie con tutti gli enti preposti sperando, in attesa di eventuali ulteriori disposizioni, di poter riprendere quanto prima le nostre attività all’insegna del senso di responsabilità che in questa fase è doveroso mantenere; chiediamo al contempo alle istituzioni del territorio di non “lasciarci soli”, fornendoci tutte le informazioni necessarie per poter espletare un servizio utile all’intera comunità”.

Giovanni Provvidenza, presidente dell’Anffas Modica

Insomma, il 18 la riapertura non è stata uguale per tutti e tra le categorie più penalizzate dal lock-down rientrano sicuramente le persone con disabilità, in quanto la sospensione di quei servizi che normalmente ne scandiscono la routine e la difficoltà nel programmare attività alternative in una situazione inedita come quella attuale, hanno accentuato l’isolamento di persone già fragili e fatto ricadere il carico assistenziale interamente sulle famiglie, molte ormai stremate. In tutto questo periodo di emergenza sanitaria è mancata anche l’assistenza domiciliare ai disabili, ciò è avvenuto in parte per volontà dei genitori che, per evitare rischi di possibili contagi, hanno rinunciato al servizio, ma anche per l’impossibilità delle cooperative sociali di rifornirsi di un numero adeguato di dispostivi di protezione.

“…Avrebbero dovuto anticipare – spiega ancora Provvidenza – migliaia di euro, soldi che le cooperative, specie quelle siciliane, non hanno perché, è giusto ricordarlo, vantano nei confronti della maggior parte dei Comuni, rappresentati dai distretti socio sanitari, ingenti crediti non soddisfatti da anni…”.

I più deboli hanno bisogna d’aiuto

Il risultato è che tante associazioni e cooperative sono alla canna del gas, ma cosa ancor più grave, è che migliaia di disabili, con le loro famiglie, sono costretti all’isolamento. Le richieste d’aiuto sono costanti e, in alcuni casi, le situazioni arrivano ad un punto di ritorno, come è accaduto ad esempio a Carpi pochi giorni fa con il padre che ha ucciso il figlio disabile di 37 anni per poi suicidarsi.