DIVENTARE ASOCIALI NUOCE ALLA SALUTE PIU’ DEL VIRUS

L’infezione corre ma è più lenta di quella della comune influenza. Non farsi prendere dal panico è la parola d’ordine tanto, secondo gli scienziati, passerà come ne sono passate tante

Attenzione a non deprimersi, isolarsi dal mondo e perdere la speranza. Inventiamoci la giornata dell’ottimismo e diffondiamo notizie positive: per quanto riguarda il “coronavirus”, partendo ad esempio dal numero dei guariti, passando poi al numero dei contagiati e infine dei morti. Un modo di vedere le cose da un’altra prospettiva, forse migliore dell’attuale. La “data di nascita” dell’epidemia del coronavirus è il 31 dicembre 2019, quando a Wuhan è stato segnalato il ceppo 2019-nCoV. Dall’emergenza sanitaria che sta coinvolgendo il mondo, si può evincere che dalla sofferenza e dalla malattia, soprattutto se sconosciuta, emergono immediatamente la paura e il senso di impotenza.

Gli italiani vengono trattati come degli untori e purtroppo la mancanza di una vera leadership genera incertezza, la faziosità politica produce divisione, rimangono solo la competenza, il buon senso civico e la responsabilità individuale e collettiva. La difficile situazione è, per quanto possibile, sotto controllo: si sta cercando di individuare, attraverso accertamenti in ambito regionale, chi può essere maggiormente esposto al rischio. Il cittadino, invece, deve soltanto avere maggiore cautela nell’osservare tutte le norme e misure di prevenzione, igieniche e sanitarie, suggerite da esperti professionisti.

Parlare adesso di salute e di malattia potrebbe sembrare irrispettoso, considerato ciò che si sta vivendo, mentre invece è normale e giusto. Sarebbe grave sospendere il diritto-dovere di stimolare una riflessione solo perché si potrebbero turbare gli animi, già abbastanza inquieti. Allora sì che sarebbe “terreno insidioso” e allarmante, in quanto equivarrebbe a confermare di volere nascondere qualcosa all’opinione pubblica e a vivere in un clima di terrorismo psicologico e mediatico, da scongiurare.

Superfluo soffermarsi sulla ricaduta economica per interi territori, ma certamente se si impongono chiusure, a scopo preventivo, nei bar e luoghi di incontro, sarà sempre più difficile ritrovare l’ottimismo e avere fiducia in ordinanze che hanno lo scopo di tutelare, oltre l’incolumità dei cittadini, anche le responsabilità e incapacità amministrative e governative.

La salute è riconosciuta, dall’art. 32 della Costituzione, come fondamentale diritto dell’individuo, così come la legge 833 del 1978 disciplina tale diritto indipendentemente dal reddito e da qualunque discriminazione, affidando alle Regioni il compito di regolare l’assistenza diretta nelle strutture pubbliche o in quelle convenzionate. Se ci fermassimo a ciò, sembrerebbe di vivere in uno Stato perfetto, che ha individuato un sistema di relazioni e tutele sanitarie eccezionali. Ma passando alla pratica fruizione del servizio sanitario, ci accorgiamo come la qualità del sistema (non omogenea nel territorio nazionale) presenti tante falle e carenze, che non possono essere supplite solo dalla professionalità e competenza dei medici e del personale sanitario.

Si parla di tutele, di pazienti, di ammalati, di persone fragili e di malattie, senza soffermarsi molto su coloro che sono “guariti”. È stata istituita, il 13 maggio 1992 da Papa Giovanni Paolo II, la “Giornata mondiale del malato”, ricorrenza della Chiesa Cattolica avente lo scopo di accendere i riflettori sui più deboli e fragili, come sono le persone malate e sofferenti. Per questa ricorrenza è stata scelta la data dell’11 febbraio in onore della memoria liturgica della Madonna di Lourdes.

La storia della Giornata mondiale del malato ha un significato ben preciso: prendersi cura dell’altro con tenerezza e delicatezza, per scoprire l’importanza del conforto nel periodo di sofferenza. L’11 febbraio quest’anno è trascorso e forse senza molta attenzione. Non vi era ancora la paura, adesso così diffusa, del coronavirus; la percezione era diversa e le notizie non erano preoccupanti per l’Italia. Il malato è, comunque, persona importante di cui ricordarsi sempre, così come chi è guarito, uscito dal tunnel della propria patologia. La forza dell’ottimismo aiuta a risollevarsi e ad affrontare ogni avversità sociale con il buon governo e senza allarmismi, facendo attenzione a non incrementare paure e la psicosi del contagio. Per non creare dei nuovi untori sociali, si dovrebbe forse “robotizzare” tutto. Ma basterebbe? Forse no, gli imbecilli peraltro sono sempre in agguato per fomentare paura e caos!

Allora perché non istituire la “Giornata del guarito o dell’ottimismo”? Potrebbe non cambiare nulla, ma servirebbe a riprendere il cammino con maggiore energia e positività, esaltando storie a lieto fine e incoraggiando tutti a non disperare. Forse è un po’ avventato sognare un mondo che parla più di cose belle anziché di notizie brutte o tristi: l’audience, certamente, ne risentirebbe. Una bella botta di positività e qualche sorriso non guasterebbero, ma forse è chiedere troppo. E poi, di cosa si parlerebbe nei mass media e nei social?