DIVENTA IMBECILLE CHI STA DAVANTI AL PC?

Non lo diciamo noi, beninteso, ma un noto esperto mondiale. Pensate come l’abbiamo presa noi giornalisti, costretti per la pagnotta a rimanere ore davanti al monitor. Sarà per questo che siamo considerati mentecatti?

Computer, Tablet, smartphone e quant’altro fanno ormai parte del nostro quotidiano, tanto che si potrebbe parlare di Homo auriculatus. Non se ne incontra uno che non abbia qualcosa infilato nelle orecchie. Tutti sembrano vagare e non essere presenti al luogo in cui si trovano in quel momento, concentrati su qualche video o a comunicare con gli auricolari ben fissati. Chi sta di fronte a loro non esiste, può anche crepare. L’avvento delle nuove tecnologie, della robotica e ora del 5G (standard di nuova generazione che permette prestazioni e connessioni a velocità superiori a quelle delle tecnologie precedenti) ha rivoluzionato la struttura economica e i rapporti sociali di produzione. Nell’era digitale infatti non adattarsi rapidamente ai cambiamenti vuol dire soccombere.

Anche l’idiozia umana si è adeguata ai mutamenti, rafforzando la sua portata, diventando anch’essa virale, nella doppia accezione: epidemiologica e digitale. Già lo scrittore americano Gary Shteyngart, nel romanzo Storia d’amore vera e supertriste, aveva immaginato un mondo in cui i libri sono vintage. Tutti vivono connessi e bombardati dagli stimoli emotivi e commerciali dei loro smartphone e gadget digitali. La privacy è sconosciuta e l’identità è scomposta in tante relazioni virtuali.

Un incubo per molti, una realtà consueta per altri, i cosiddetti nativi digitali. Da qualunque parte si propenda, un dato è certo, inconfutabile: il nostro modo di vivere, di pensare è cambiato alla velocità della luce. Come avviene per i grandi mutamenti epocali, l’umanità si è divisa tra ottimisti e pessimisti. Tra questi si può senz’altro annoverare Shaheed Nick Mohammed, professore di comunicazione all’Università della Pennsylvania. Nel 2012 aveva dato alle stampe un testo dal titolo eloquente, L’era della (dis)informazione: la persistenza dell’ignoranza per molti. Dal saggio emerge come un utilizzo massiccio di computer e smartphone provochi un sovraccarico di informazioni, con un aumento della difficoltà nella selezione delle stesse e un conseguente aumento di disinformazione collettiva. Già nel 2000 il saggio del linguista Raffaele Simone, La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo, aveva lanciato l’allarme, passato però sotto silenzio. L’autore era stato addirittura accusato di essere retrò e passatista. Qualche tempo dopo, il suo Presi dalla Rete non aveva ricevuto trattamento migliore.

Secondo questi studiosi stiamo diventando tutti un po’ più idioti. La rivoluzione portata dal web è senza dubbio considerevole, ma deve essere governata. Molte attività che sono state importanti per secoli sono mutate, ad esempio leggere e scrivere. Ci stiamo abituando a testi brevi, fin troppo sintetici, veloci e dove predominano le immagini. La concentrazione si dissolve e questo cambia anche la memoria. Un rivelatore di questa tendenza è il metodo con cui gli studenti universitari preparano le loro tesi di laurea: avviano il motore di ricerca, scandagliano la rete e, col copia e incolla, compongono i loro elaborati senza verificare le fonti. Ma la tecnologia è super partes, e ha fornito ai professori software per riconoscere le parti scopiazzate.

L’era (Dis)informazione di Shaheed Nick Mohammed

L’accesso al web ha il vantaggio di ampliare il materiale disponibile e facilitarne l’accesso, ma rende più difficile mantenere dei riferimenti nel mare magnum delle fonti. Un esempio su tutti: Wikipedia. È senza dubbio uno straordinario strumento, ma non fornisce alcuna garanzia di affidabilità. Gli utenti infatti possono inserirvi in forma anonima ciò che vogliono. Nessuno fa le veci di editori e autori come garanti della correttezza delle informazioni.

In apparenza la rete sembra autocorreggersi perché è controllata da tanti e non da uno solo. La base però, fatta di persone differenti, non è in grado di esercitare un controllo sulle informazioni, può solo accendere il motore e metterle in viaggio. Spesso nascono opere collettive, non firmate, che si modificano con l’apporto di nuovi interventi. Questo è negativo nella misura in cui fa sparire il senso della responsabilità. Basta scorrere i commenti degli utenti di molti siti, che a volte si trasformano in desolanti discariche di pensieri. Grazie alla rete ognuno può dire ciò che vuole. Ma davvero questo accresce la libertà individuale e collettiva? I movimenti democratici hanno bisogno di responsabili individuabili e riconoscibili, di programmi e di strutture. La partecipazione di tanti soggetti ai processi decisionali può forse eliminare la gerarchia orizzontale, ma può davvero eliminare la figura del “capo”? Tutta questa libertà serve a ben poco, se non si sa in quale direzione si procede.

La differenza tra fatti e fake

In fondo non bisogna allarmarsi tanto per il possibile aumento del tasso di idiozia umana di chi fa un uso dissennato e distorto della rete. Il pessimismo della ragione ci suggerisce che basta rivolgere lo sguardo verso il cielo, il mare, la terra: un cimitero globale cui l’idiozia umana ha contribuito non poco!

Essa è sempre stata un tratto saliente dell’animale uomo, che non ha mai fatto fatica, nel corso dei secoli, a mostrarla con orgoglio, diventandone un artista. È un talento che ha sviluppato con cura, con abnegazione totale e una tenacia infinita. L’idiozia (primitiva, artigianale, industriale e infine digitale) è sempre emersa naturalmente, senza fatica, perché l’uomo ne è fornito a iosa. Nel corso della storia è solo cambiato l’abito per andare in scena, non lo spettacolo. Rassegniamoci: si nasce con l’idiozia e si muore con essa.