DI LAVORO SI MUORE

LA SICUREZZA SUL POSTO DI LAVORO RIMANE UNA CHIMERA. SCARSI GLI INVESTIMENTI ED I PROGETTI A TUTELA DELLE MAESTRANZE

In Italia c’è una guerra silente, quasi impalpabile. Non fa notizia in quanto è scomoda, asintomatica ma letale, ne siamo tutti potenzialmente vittime, ma nonostante questo, si preferisce tacere a riguardo. Questo conflitto sociale vede contrapposti da una parte i lavoratori, e l’innato spirito di sopravvivenza umano, e dall’altra le mancate misure di prevenzione, i fatiscenti posti di lavoro e il continuo attacco all’ormai esile sistema del Welfare.

Attualmente in Italia si muore più di lavoro che di Coronavirus, ma nonostante ciò, il bombardamento mediatico delle principali testate giornalistiche continua a fomentare un artificiale allarmismo, il quale all’interno di un contesto spettacolarizzante come quello della società attuale, produce come unico effetto l’istigazione all’individualismo e alla scissione sociale. I riflettori dell’opinione pubblica nazionale vengono puntati su soggetti o entità di distrazione, creando di continuo nuovi mostri e falsi miti di progresso.

La realtà dei fatti, però appare discordante da come si vuole mostrare, in particolar modo per quanto concerne le problematiche inerenti al mondo del lavoro. Risulta altamente ipocrita l’ostentazione italiana nel considerarsi una delle avanguardie mondiali in termini di sviluppo del benessere, quando ancora oggi l’incolumità del lavoratore appare più discrezionale che obbligatoria.

Se scorriamo le statistiche rilasciate dall’Inail in merito agli infortuni mortali subiti sul lavoro negli ultimi dieci anni, ci rendiamo immediatamente conto che la cifra è altissima (circa 17.000), paragonabile, numericamente, al bilancio dei caduti in una delle tante guerre preventive che dagli anni Novanta ad oggi inondando i nostri telegiornali.

Soltanto nel periodo compreso tra gennaio e dicembre 2019 la cifra dei decessi è stata di 1.089 lavoratori, dei quali 783 sono spirati durante il turno lavorativo e i restanti colpiti mentre erano in itinere. Una netta discrepanza è emersa anche per quanto concerne la distinzione di genere. Del totale dei decessi soltanto 94 appartengono al sesso femminile, mentre 995 sono uomini. Sebbene il computo totale delle morti bianche del 2019 sia inferiore rispetto al numero dei decessi del 2018 (1.133), non c’è comunque da star sereni (l’aggettivo “bianco” serve come espediente piscologico per smorzare l’impatto sociale che tali eventi potrebbero produrre sulla società. Il colore bianco, ricondotto solitamente ad un immaginario candido, produce un ammorbidimento dell’indignazione corale che svuota di ogni recriminazione politica l’atto).

Infatti, è la stessa Inail a riportare che:

“…La flessione, comunque, è da ritenere però poco rassicurante e il raffronto tra i due anni poco significativo, in quanto il 2018 si è contraddistinto, rispetto al 2019, soprattutto per il maggior numero di “incidenti plurimi”, ossia quegli eventi che causano la morte di almeno due lavoratori, che per loro natura ed entità possono influenzare l’andamento del fenomeno. Tra gennaio e dicembre del 2018, infatti, gli incidenti plurimi sono stati 24 e hanno causato 82 vittime, quasi il doppio dei 44 lavoratori che hanno perso la vita nei 19 incidenti plurimi avvenuti nel 2019. Inoltre, circa la metà dei decessi in incidenti plurimi nel 2018 è avvenuta nel solo mese di agosto, funestato soprattutto dai due incidenti stradali occorsi in Puglia, a Lesina e Foggia, in cui hanno perso la vita 16 braccianti, e dal crollo del ponte Morandi a Genova, con 15 casi mortali denunciati all’Inail. Nel mese di agosto del 2019, invece, non sono stati registrati eventi di uguale drammaticità. Gli ultimi mesi del 2019 si sono contraddistinti, tuttavia, per alcuni drammatici eventi mortali che hanno coinvolto, a settembre, quattro lavoratori indiani caduti in una vasca per la raccolta dei liquami in Lombardia e, a novembre, quattro operai nell’esplosione di una fabbrica di fuochi d’artificio in Sicilia e altri tre travolti da un camion mentre erano impegnati in lavori di potatura in Puglia…”

Degna d’altrettanta importanza risulta essere la questione anagrafica: in generale le fasce più colpite sono quelle degli uomini in un’età compresa tra i 45 e 54 anni e tra i 20 e i 29.

Il settore industriale si è riconfermato anche per il 2019 il palcoscenico della maggior parte degli incidenti: negli ultimi 12 mesi si sono verificati 921 infortuni mortali contro i 151 aventi avuto luogo nel settore agricolo. L’europeissima Lombardia si è collocata al primo posto nell’ingloriosa graduatoria regionale con 115 casi di morte, ovvero circa il 14% del totale e con un’incidenza – il numero di infortuni mortali per ogni milione di lavoratori – del circa 26.1 sugli occupati. Il secondo posto, invece, è occupato dal Lazio, con 74 decessi, 9.5% del totale, ed incidenza del 31.1.

Le Regioni del Nord si confermano nuovamente come le zone con il più alto tasso di mortalità. Sintomo di un settore industriale che soltanto di facciata si mostra aperto e conciliante con i bisogni degli operai, ma che in realtà conserva ancora ben saldo il codice genetico ottocentesco.

Un settore fatto di straordinari, di lotte salariali al ribasso, di mancate tutele contrattuali e di un eterno ricatto occupazionale che si configura ogni qual volta si torna a parlare di delocalizzazioni. Ad avvalorare quanto scritto c’è anche il numero dei lavoratori stranieri morti nel Nord Italia (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria). Con i 46 casi accertati di decesso è la macro-zona del Bel Paese che conta più morti, pari al 35% del totale.

Questo dato è figlio della sempre più diffusa pratica della somministrazione di lavoro nero per gli immigrati, pagati meno dei colleghi italiani e con meno pretese sindacali. Ma anche qui dobbiamo domandarci: non è forse più colpevole l’imprenditore italiano che facendo leva sulle disgrazie altrui cerca di massimizzare il suo profitto tagliando sulle spese contrattuali, e quindi, in ultima analisi, è tra i massimi aguzzini della cosiddetta guerra tra poveri?

Abbiamo da poco pianto i due macchinisti periti nel disastro ferroviario che ha visto la Frecciarossa 9595 deragliare nelle vicinanze di Lodi. Prima di loro avevamo pianto già altre 45 volte in questo 2020. Rimane un forte senso di sconforto nel pensare che nonostante il bombardamento mediatico a noi circostante, che ci mostra e ci vende i vantaggi della generazione virtuale e fluida, intorno a noi i lavoratori continuano a cadere come soldati al fronte. È difficile pensare al futuro quando la dignità salariale viene meno e i decessi sul luogo del lavoro vengono considerati endemici. In uno Stato che produce 17.000 infortuni mortali ogni 10 anni anche l’idea di creare famiglia può far paura. Ancora più timore, però, lo genera la falsa indigitazione, la commozione televisiva e l’ipocrisia istituzionale nel piangere i figli di uno Stato che si è dimenticato di loro. Nel 2020 non si può più morire di lavoro, è doveroso ripensare alle priorità politiche, perché siamo stanchi di piangere lacrime al sapor di carbone ed eternit.

Gennaio 2020, le morti bianche sono quasi 50, mancano ancora 11 mesi… Buona fortuna a tutti.