CINEMA E POLITICA NON POCHI GUAI

Da un qualsiasi evento cinematografico si può imparare molto, soprattutto da tutto ciò che non è esplicitamente menzionato e ufficialmente premiato. L’incursione che la Settima Arte ha fatto negli ultimi dieci anni nel mondo politico-sociale costituisce una lezione d’attualità fondamentale

Politica e Cinema, in quest’ultimo decennio, si sono scontrati, avvicinati e respinti, ma sicuramente si sono raccontati in modo speculare. La sempre più crescente popolarità mediatica dell’ultimatum proveniente dagli Academy Awards – assieme a quello delle altre cerimonie di premiazione analoghe – è tale che ce lo conferma persino il recente (dis)interesse di Donald Trump, che ha attaccato il pluripremiato Parasite del regista coreano Bong Joon-Ho.

A quanto si può desumere dalle sue dichiarazioni, rilasciate in un tono più che seccato, Parasite non meritava in alcun modo di vincere come “miglior film” a scapito delle pellicole di distribuzione statunitense. “Il vincitore è un film della Corea del Sud. Di che diavolo si tratta?” ha infatti detto davanti a una folla di sostenitori nello Stato del Colorado. In sostanza, per lui, quest’edizione degli Oscar è stata proprio brutta, ed è indubbio che gli Stati Uniti abbiano commesso un grave errore a premiare questo film con tale entusiasmo. Quel che è davvero seccante, non è tanto lo sdegno che ha manifestato, quanto il fatto che i suoi predecessori non abbiano mai preteso di commentare la vittoria di un Academy con tale spregiudicatezza: o ignoravano le critiche piovute dal palco del Dolby Theatre di Los Angeles, o simpatizzavano – sempre con il dovuto distacco – con una delle tante consuetudini radicate del Paese. E basta.

Lamentele del Presidente degli Stati Uniti a parte, da un qualsiasi evento cinematografico si può imparare molto, soprattutto da tutto ciò che non è esplicitamente menzionato e ufficialmente premiato. Di Parasite si è lodato prontamente l’impegno sociale e umano che è stato riversato nella pellicola, da un regista che dagli albori della sua carriera racconta il disagio e la marginalità tipici di quella fetta di popolo spesso assente nelle promesse politiche: precari, invalidi, immigrati. Queste tre realtà così nette e caratterizzate da un male di vivere opprimente erano già state sapientemente raccontate in un precedente capolavoro di Bong Joon Ho, Memorie di un assassino, recentemente distribuito in Italia dopo diciassette anni dalla sua realizzazione.

La peculiarità del cinema impegnato è che ci mostra che il confine tra sanità e malattia, tra uomini e donne, tra miseria e progresso, o ancora tra legalità e illegalità è per definizione sottile, quasi invisibile, appena percettibile. Lo stesso accorgimento è quello che altre pellicole non nominate agli Oscar 2020, per esempio Il Traditore di Marco Bellocchio o Alice e il sindaco di Nicholas Pariser, hanno insegnato al pubblico.

Il Tommasso Buscetta col volto di Pierfrancesco Favino è parso spesso, per più di un’inquadratura, un eroe, anche se ci ammoniva di non essere un “pentito”. E infatti, la sua estraneità alla giustizia – anche se divenne un collaboratore di Stato e perse due figli per opera dei suoi stessi compagni mafiosi – lo ha escluso da qualsiasi tentativo di essere compatito. Per la premessa appena fatta: il confine tra “bontà” e “cattiveria” non lo vedevamo, ci è sfuggito diverse volte, eppure continuava a esserci.

Allo stesso modo, il dubbio che tu possa aver veramente preso la strada verso la piena realizzazione è la perplessità quotidiana con cui convive Alice Heimann, ma anche ogni persona che è stata un tempo “giovane”. Alice, una neolaureata assunta dal sindaco di Lione Paul Theraneau, ha il compito di “produrre” idee, visto che lei legge molto, conosce in lungo e in largo la filosofia e ha davanti a sé tutta la vita per sperimentare nuove occasioni. Essere giovani nel terzo millennio, però, non è vissuto come un fatto incoraggiante, ma penalizzante. Paul, infatti, pur essendo a corto di idee sufficientemente solide su cui basare la sua amministrazione, può vantare trent’anni di esperienza trasversale nel mondo della politica, passati in gran parte al servizio della città di Lione. Alice, invece (e purtroppo per lei), non sa chi è, non sente vocazioni, può raccontarsi solo attraverso la sua carta d’identità. E si sa che non sono i nostri dati anagrafici a contenere la verità su chi siamo.

Insomma, l’incursione che la Settima Arte ha fatto negli ultimi dieci anni nel mondo politico-sociale costituisce una lezione d’attualità grande e fondamentale, per adulti e bambini, che nulla ha da invidiare ai media tradizionali che stanno raccontando questa attualità da molto prima che nascesse.