CATANIA – L’ATTEMPATO DONGIOVANNI HA UCCISO LA MOGLIE DISTRUGGENDONE IL CADAVERE

L'uomo ha sempre negato le proprie responsabilità ma le prove a suo carico sono sempre state pesanti. Di Grazia si è sempre dichiarato innocente.

La vittima Mariella Cimò

San Gregorio di CataniaDiventa definitiva la condanna a 25 anni di reclusione per uxoricidio e occultamento di cadavere per Salvatore Di Grazia, 84 anni, accusato di avere ucciso la moglie Mariella Cimò di 72, per motivi economici e passionali, facendone poi sparire il corpo. La Corte di Cassazione, infatti, ha rigettato il ricorso contro la sentenza della Corte d’Appello di Catania che l’8 luglio 2019 aveva confermato il giudizio di primo grado emesso il 7 aprile del 2017.

Mariella Cimò e Salvatore Di Grazia

Salvatore Di Grazia dunque, il 26 ottobre scorso, si è presentato presso gli uffici della casa circondariale di Catania dove, una volta esperite le incombenze di legge, è stato accompagnato in cella. La vicenda iniziava il 25 agosto del 2011 quando Mariella Cimò spariva da casa senza lasciare tracce. La coppia, sposata da ben 43 anni, non andava più d’accordo e negli ultimi tempi i litigi si erano fatti più frequenti e violenti.

La convivenza dunque si era fatta difficile e gli alterchi fra i coniugi riguardavano la gestione dell’autolavaggio di Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, che Di Grazia aveva trasformato in alcova per i suoi incontri galanti. Mariella Cimò voleva vendere l’esercizio commerciale ma Di Grazia si opponeva fermamente. Dopo alcuni giorni trascorsi a guardarsi in cagnesco i due giungevano all’ultimo violento litigio che sarebbe occorso un giorno prima della scomparsa della donna.

L’autolavaggio di Aci Sant’Antonio

Tra le tante prove d’accusa anche una sorta di “pizzino” sul quale Di Grazia aveva annotato: 25 giovedì grosso litigio, 26 venerdì non trovata. Un macabro promemoria che aveva convinto gli inquirenti della sua colpevolezza attese anche le macroscopiche contraddizioni in cui l’uomo era caduto durante gli interrogatori. Poi c’erano diverse discrepanze fra date e orari della sparizione: Di Grazia aveva dichiarato ai carabinieri di essere uscito da casa la mattina del 25 agosto del 2011 e di essere rientrato la sera alle 20.

Ma le due telecamere di via Pascoli, a San Gregorio di Catania, avevano ripreso l’uomo mentre usciva da casa alle 7.39 del mattino per poi farvi ritorno alle 9.15 con una grande vasca di plastica sul tetto della sua auto che non verrà mai ritrovata. L’uomo giustificherà la scomparsa del contenitore dicendo ai carabinieri che erano stati i cani della moglie a distruggere completamente la vasca di plastica.

Il contenitore di plastica poi sparito

Probabilmente Mariella Cimò non è mai più uscita da casa propria e quella vasca di plastica, probabilmente, sarà servita per disfarsi del cadavere nonostante nessuna prova, in tal senso, sarebbe spuntata fuori durante le indagini. Ai microfoni delle “cimici” installate dagli investigatori il dongiovanni dai capelli tinti di biondo simulerà preoccupazione per la scomparsa della moglie mentre si sprecheranno le telefonate con tale Pina Grasso, ex cameriera, condannata ad un anno di galera per favoreggiamento, con la quale l’uomo pare intrattenesse assidue frequentazioni.

Il macabro promemoria

La donna, per altro, era solita frequentare l’autolavaggio dove lavoravano il marito ed il figlio i quali, di fatto, gestivano l’attività commerciale di Salvatore Di Grazia, oggetto del contendere con la moglie Mariella. Il Pm Angelo Busacca, che aveva chiesto sin dal primo grado la condanna all’ergastolo per l’attempato “sciupafemmine”, presentava in dibattimento ben 45 indizi di colpevolezza che incastravano il presunto assassino. Di Grazia, da sempre professatosi innocente, aveva colto la palla al balzo per rispondere alla pubblica accusa senza mezzi termini:

Salvatore Di Grazia durante un’intervista

”...45 barzellette, altro che verità – sosteneva Di Grazia lei era una donna troppo riservata, magari essersi vista sulle televisioni nazionali le impedisce di tornare a casa. Perché non si può parlare di scomparsa autonoma? Quando mi accusano di non avere cercato mia moglie. Cosa ne sanno loro? Io sono rimasto ancora oggi in questo deserto sentimentale e sono rimasto solo perché ancora aspetto mia moglie e mi si dicono che l’ho uccisa e l’ho fatta a pezzi ma stiamo scherzando? Mi auguro che torni domani ed io possa crepare dopodomani per dare soddisfazione a queste cassandre che si stanno sbagliando…”.

Di Grazia davanti alla legge è l’assassino di Mariella Cimò.

 

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