BRUXELLES – IL PARTITO NEGAZIONISTA PREVALE IN EUROPA: LA MAFIA NON ESISTE…

Purtroppo i rappresentanti di alcuni Paesi membri continuano a negare la presenza delle criminalità organizzate all'interno del loro territorio. La lotta alle mafie dunque viaggia a scartamento ridotto con enorme nocumento per l'intero Continente.

Bruxelles – Il Consiglio europeo si è riunito nelle scorse ore per discutere in merito al rafforzamento delle indagini finanziarie per combattere seriamente la criminalità organizzata nel Vecchio Continente. Impresa non da poco visto che, eccezion fatta per l’Italia e per poche altre realtà, nella maggior parte degli Stati europei mancano legislazioni stringenti capaci di arginare il proliferare dell’azione mafiosa. Infatti la scarsa omogeneità dei sistemi giuridici della Comunità rende il coordinamento tra i vari enti di giustizia difficoltoso. Oltretutto sono molti i politici dell’Europa del Nord che perseverano a rinfoltire i ranghi del partito negazionista, continuando a ricusare la presenza mafiosa nell’Europa settentrionale.

Già il giurista Vincenzo Musacchio, ex docente di diritto penale presso l’Alta Scuola di Formazione della Presidenza del Consiglio in Roma, qualche anno argomentò chiaramente sul fenomeno deviante in UE: “…Considerano i Paesi dell’Unione europea, una destinazione allettante perché è relativamente facile costituire una società e il sistema legale europeo, non riconoscendo “l’associazione per delinquere di stampo mafioso” come un delitto a se stante, concede loro un enorme vantaggio…”.

Il Consiglio Europeo riunito.

Inoltre, a livello comunitario, latitano le più basilari norme atte al controllo del riciclaggio del denaro sporco, una comunicazione continua tra le Procure e un organo transnazionale che possa coordinare le indagini su tutto il continente. Il vero rischio potrebbe essere il fatto che quanto le istituzioni europee comprenderanno l’ampiezza del problema potrà essere troppo tardi e le organizzazioni criminali avranno messo le mani sulla maggior parte degli affari, legali o meno che siano. Nell’ultimo Consiglio, infatti, si è ipotizzato che i proventi di reati organizzati all’interno dell’Unione europea (UE) hanno raggiunto 110 miliardi di euro all’anno e il tasso di confisca dei beni criminali nell’UE potrebbe essere solo dell’1,1%. Un dato estremamente preoccupante che certamente non include solo le mafie italiane ma certamente ne tiene conto.

Tra le proposte più interessanti c’è stata quella di avviare una discussione costruttiva con la Commissione su una futura interconnessione dei registri dei conti bancari nazionali al fine di accelerare significativamente l’accesso alle informazioni finanziarie e facilitare cosi la cooperazione transfrontaliera tra le competenti autorità e loro omologhe europee. Inoltre è emersa la necessità di sviluppare un piano d’azione sul riciclaggio di denaro per considerare la necessità di migliorare ulteriormente il quadro giuridico per le risorse virtuali, come ad esempio coprendo le valute virtuali non scambiabili con denaro legale e quindi raggiungere un migliore allineamento con le attuali raccomandazioni del GAFI. Il Consiglio Europeo, nonostante abbia nuovamente manifestato la propria intenzione a portare avanti le istanze per migliorare la cooperazione giudiziaria propria dell’organizzazione, ha dimostrato ancora una volta la meccanicità di tali provvedimenti. L’imperdonabile lentezza con cui si interfaccia al pericolo mafioso.

Il denaro sporco e riciclaggio inondano le strade europee

Il tentativo di introdurre per tutti i Paesi della Comunità il reato di “associazione mafiosa”, che implichi il ricorso a una condanna assimilabile a quella disciplinata dal 41bis italiano, è vecchio di almeno 10 anni.  Finora è rimasto tutto lettera morta. Non c’è stata nessuna confisca di beni, nessuna imposizione da parte di Bruxelles a riconoscere il crimine organizzato come reato.  A poco sono servite le richieste dell’Europol e di Eurojust, la polizia e la magistratura europea. L’ostinazione di vari Stati ha avuto la meglio.

Ma sicuramentevnessuno potrà negare di essere stato allertato per tempo. Così come nessuno potrà nascondersi dietro il muro l’ignoranza. Nell’ultimo rapporto stilato davEuropol la situazione viene descritta in maniera cruda ma estremamente trasparente: “…La strategia globale delle mafie italiane all’estero è tenere il basso profilo – osservava il comunicato dell’Europol –. Il controllo del territorio cercato all’estero è puramente economico…”. Non è dunque circoscritto all’obiettivo di far soldi, ma tenta di estendersi “…A tutti gli aspetti della produzione e del consumo di beni e servizi, spina dorsale di ogni Paese…”.

La sede dell’Europol

È abbastanza evidente come la retorica sull’integrazione europea sia claudicante quando si tratta di antimafia. È più comodo relegare il problema agli Stati singoli che assumersi la responsabilità di classificare questo fenomeno come un’emorragia comune. Non più calabrese, siciliana o italiana, ma europea. La criminalità organizzata, come qualsiasi altra impresa, per vivere ha bisogno di allargare sempre più il proprio commercio, i propri introiti e di diversificare il mercato. L’Europa attuale rappresenta per i boss, italiani e non solo, la piattaforma ideale dove investire: poche regole e frazionate in maniera contraddittoria.

Non ultimo il fiorente business sulla tratta dei migranti all’interno dei confini europei ha riportato l’attenzione sulla necessità di un coordinamento transnazionale. Le rotte dei migranti lambiscono in maniera più o meno profonda tutti i Paesi membri. Sarebbe un’assurdità, se non una violazione dei principi costitutivi dell’Unione, non intendere il problema come una questione collettiva e la risoluzione come necessità comune.

Nel 2016 la Direzione nazionale antimafia italiana scrisse in una relazione: “…Bisogna impedire che la nostra generazione e, soprattutto, quelle future, finiscano per vivere in società in cui l’economia liberale sarà scalzata da quella criminale…”. A quasi quattro anni da quella relazione è cambiato ancora troppo poco. O nulla.