ARMI IN CAMBIO DI MASCHERINE?

L’Italia in pole-position per la vendita di armamenti specie in Yemen dove la popolazione civile è ridotta allo stremo. IL mercato della morte è florido e mentre da un lato la politica rabbrividisce, dall’altra vende mine antiuomo e mitragliatrici pesanti.

Le bomba italiane in Yemen

Sullo Yemen continuano a piovere bombe e per la maggior parte provengono da fabbriche italiane. A lanciare l’allarme è stata la Rete Disarmo che da oltre vent’anni controlla costantemente l’export nostrano di armamenti.

Da quanto emerge dalla Relazione governativa sulla vendita d’armamenti inerente all’anno 2019, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti continuano ad essere fidati clienti dell’industria di difesa del Bel Paese. Entrambi coinvolti nel conflitto yemenita, negli ultimi 12 mesi hanno contribuito al fatturato nazionale acquistando armamenti di vario genere per un totale di 195, 3 milioni d’euro (105,4 provenienti dall’Arabia e 89,9 dagli Emirati Arabi).

In Yemen la situazione diventa sempre più critica: 10 milioni di persone soffrono la fame

A poco sono servite le proteste delle varie Ong e delle organizzazioni umanitarie che in questi anni hanno evidenziato a gran voce le difficoltà sociali che lo Stato yemenita sta attraversando. In cinque anni di guerra, riporta Oxfam Italia, sono stati condotti dalle forze assedianti oltre 142 attacchi su ospedali e strutture sanitarie. Il conflitto ha prodotto 12.366 vittime civili e oltre 100 mila decessi totali. Al momento, secondo le statistiche offerte dalla organizzazione no profit, sono 4 milioni gli sfollati interni che sopravvivono in alloggi di fortuna o nei villaggi. Non solo, a peggiorare la situazione gioca un ruolo centrale anche la precarietà del sistema sanitario. Nei primi cinque mesi del 2020, sono stati conteggiati 56 mila casi di colera, che salgono a oltre 2,2 milioni se prendiamo in considerazione gli ultimi tre anni di conflitto. La carestia si è abbattuta violentemente sulla popolazione, costringendo più di 10 milioni di yemeniti alla fame, di cui 3,4 milioni sono donne e bambini. Inoltre sono quasi 18 milioni di persone non hanno accesso a fonti d’acqua pulita e all’assistenza sanitaria di base.

Ma il movimento 5 Stelle non era contrario alla vendita d’armi all’Arabia Saudita?

Perché allora nonostante da luglio 2019 sia attiva la sospensione delle vendite di bombe d’aereo e missili all’Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per il coinvolgimento nel conflitto, lo scorso anno sono state rilasciate nuove autorizzazioni per quasi 200 milioni di euro? E che dire delle consegne definitive certificate dalle Dogane che hanno raggiunto i 195 milioni verso i due Paesi? Il panorama politico italiano non aveva condannato unitariamente l’aggressività saudita? Quanto sono costate in termini d’alleanze geopolitiche le mascherine atterrate a Fiumicino lo scorso 6 aprile provenienti dagli Emirati Arabi Uniti? Tra l’altro, accolte proprio da Di Maio, ex paladino del disarmo italiano. Potrebbe esserci stato un accordo mascherine in cambio di concessioni militari?

“…Una sicura protagonista – dichiarano i rappresentanti di Rete Disarmo- di questi invii di armi è stata la RWM Italia già posta dalle nostre mobilitazioni sotto l’attenzione dell’opinione pubblica e anche della magistratura. Nel 2019, infatti, l’azienda ha sicuramente inviato verso l’Arabia Saudita centinaia di bombe della serie MK (parte della mega-commessa di oltre 400 milioni di euro autorizzata nel 2016) per un controvalore di quasi 25 milioni di euro. È probabile, inoltre, che vi siano state spedizioni di molte altre bombe inserite in alcune delle altre licenze rilasciate in anni recenti. Complessivamente le due controllate italiane del colosso tedesco Rheinmetall (di cui RWM Italia fa parte) hanno esportato nel corso del 2019 oltre 210 milioni di euro di armamenti…”.