APOLOGIA DI REATO NON A SENSO UNICO

Per una frase inneggiante al Duce scoppia un putiferio ma anche altre iscrizioni e riferimenti dovrebbero essere censurati, invece…

“Il tradito potrà essere un ingenuo, ma il traditore rimarrà sempre un infame!” diceva Benito Mussolini e il 20 dicembre 2019 questa frase, con tanto di immagine del volto del duce, veniva postata su Facebook (e poi rimossa) dall’ex assessore alla Cultura e al Turismo nella Giunta di Montenero di Bisaccia (Cb) Massimo Di Stefano. Ex assessore, perché le sue dimissioni sarebbero state sollecitate e persino pretese dal sindaco Nicola Travaglini e dalla sua maggioranza. Nella lettera che inizia con un avventato paragone tra le sue dimissioni e quelle dell’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone, Di Stefano scrive “mi dimetto anche se non ho sbagliato”.

Un caso analogo si è verificato nel 2018 a Colorno (Pr), dove la sindaca Pd, Michela Canova, avrebbe chiesto all’assessore esterno Stefano Mori di dimettersi a seguito di un suo like alla pagina “Benito Mussolini Duce d’Italia”, qualificandolo come “una leggerezza non tollerabile”. L’assessore socialista si è difeso affermando di non essere fascista, ma piuttosto un estimatore della politica del “fondatore dell’Impero” che, a suo giudizio,  aveva fatto anche cose buone.

E’ sufficiente pubblicare una frase, una foto o un semplice like per essere marchiati come mostri del ventennio? Nell’ordinamento giuridico italiano l’apologia del fascismo è un reato previsto dall’articolo 4 della legge Scelba, formalmente legge del 20 giugno 1952, n.645. Perché in Italia non è vietata anche l’apologia del comunismo? La risposta potrebbe essere che in Italia abbiamo avuto il fascismo al potere, non una dittatura comunista che invece, altrove, ha seminato morte e terrore.

Ma siamo proprio sicuri della veridicità di questo approccio storicistico? Eppure Giampaolo Pansa (scomparso in questi giorni), nel suo saggio “Il sangue dei vinti”del 2003, racconta delle esecuzioni, delle stragi e dei crimini compiuti dai partigiani e da altri individui dopo il 1945, a Liberazione avvenuta, verso i fascisti o antifascisti non comunisti e i giornalisti che avevano denunciato le violenze consumate nel cosiddetto “triangolo della morte” delle tre province modenesi di Castelfranco Emilia, Piumazzo e Manzolino. Alcuni autori parlano di 4.500 vittime della furia partigiana, tra le tante ricordiamo Rolando Vivi, seminarista di 14 anni torturato e ucciso da Giuseppe Corghi e Delciso Rioli, partigiani della Brigata Garibaldi. I responsabili dell’eccidio dei sette fratelli Govoni di Pieve di Cento (Bologna), selvaggiamente picchiati, seviziati e strangolati insieme ad altre dieci persone, appartenevano invece alla Brigata Paolo. I corpi furono sepolti in una fossa anticarro poco distante e i beni trovati in possesso degli uccisi furono spartiti tra i partigiani. Le tesi di Pansa sono state duramente criticate da parte della sinistra italiana, in particolare dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI).

E nel resto del mondo? Sono passati 40 anni dalla cosiddetta “liberazione” del Vietnam con la presa di Saigon il 30 aprile 1975 da parte dell’esercito del Vietnam del nord, che sconfisse il governo del sud appoggiato dagli Stati Uniti, ponendo fine al decennale conflitto. Nella storiografia ufficiale marxista del regime vietnamita e in certe rievocazioni italiane si parla ancora di “liberazione”e si omettono, volutamente o meno, i dettagli relativi a ciò che avvenne nelle aree sotto il regime comunista filo-sovietico. Il numero delle vittime del regime è tuttora sconosciuto, la stima più attendibile pare quella del professor Rudolph Rummel, che calcolò 1 milione e 670 mila persone eliminate dai comunisti. In realtà la mattanza delle milizie Vietminh, guidate da Ho Chi Minh, iniziò fin dal 1945 con l’uccisione di preti, missionari, esponenti di partiti rivali, ma anche comunisti non allineati con lo stalinismo. Il peggio cominciò dopo il 1953, quando i comunisti presero possesso di tutto il Vietnam del nord. Con un macabro censimento divisero la popolazione in categorie e livelli, istigando i contadini a uccidere i proprietari terrieri e al linciaggio delle classi medie. In seguito i guerriglieri comunisti che operavano al sud, i Viet Cong, iniziarono un’intensa campagna di attentati e rapimenti, colpendo i leader politici e i religiosi più virtuosi. Arrivarono al punto di entrare nei villaggi con le liste nere di persone da eliminare, creando lo scenario in cui subentrò poi l’esercito americano. Il post guerra portò con sé i boat people, cioè i vietnamiti che fuggirono dalla persecuzione (quasi 1 milione e mezzo), di cui 250 mila trovarono la morte attraversando il Mar Cinese Meridionale e i campi di rieducazione, i gulag vietnamiti, dove vennero internati 2 milioni e mezzo di prigionieri politici costretti a estenuanti lavori forzati, torture ed esecuzioni sommarie per ogni minima infrazione.

Gli orrori del comunismo sono ormai documentati e non lasciano più spazio ai dubbi: almeno 100 milioni di persone sono morte a causa dei regimi marxisti leninisti e di altre correnti “rosse”. Mao Zedong, Iosif Stalin, Pol Pot e Kim II Sung sono stati i responsabili di questi massacri e, anche oggi, il Partito Comunista Cinese uccide i prigionieri di coscienza, quasi tutti seguaci della pratica spirituale Falun Gog, per prelevarne gli organi e rivenderli. Aleksandr Isaevič Solženicyn, premio nobel e autore del saggio di inchiesta narrativa “Arcipelago Gulag”, scritto tra il 1958 e il 1968, ha dichiarato “per noi russi il comunismo è un cane morto, mentre, per molte persone in Occidente, è ancora un leone vivo”. Lo stesso scrittore ha vissuto molti anni nei gulag russi e ha passato la vita a informare il mondo di queste brutalità. Non esistono numeri precisi sui morti in questi campi di lavoro forzato, ma se ne stimano diversi milioni. Le vittime del comunismo sono meno importanti di quelle del nazifascismo? No. Sono tutte vittime della ferocia umana.