ALDA MERINI, NASCERE FOLLE APRIRE LE ZOLLE

L’esperienza manicomiale l’aveva temprata ma il suo animo era rimasto lindo e pulita, pregno di quella sensibilità che farà di lei uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. Nonostante i detrattori.

Alada Merini, caffè e sigarette.

Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo 1931 a Milano, figlia di un assicuratore e di una casalinga. Giovanissima scrisse: “…Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle,/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta…”. Era la seconda di tre figli, dal carattere malinconico e introverso ma sensibilissima e studiosa “…perché lo studio fu sempre una mia parte vitale..”, diceva. Frequentò le scuole professionali perché non riuscì ad essere ammessa al liceo Alessandro Manzoni, infatti mai superò la prova di italiano.Talento della scrittura sin da ragazzina si vide pubblicata, per la prima volta nel 1950, nell’Antologia della poesia italiana contemporanea dal 1909 al 1949 di Spagnoletti. La sua prima raccolta di poesie, La presenza di Orfeo,  era stata pubblicata nel 1953 ottenendo unanimi consensi e da lì una lista infinita di successi. Si innamorò della poesia e la poesia, così come le “ombre della sua mente”, fu una costante della sua vita. Fu ricoverata più volte in manicomio, la prima volta a soli sedici anni, per una sindrome bipolare. Scrisse della sua malattia:

Conobbe l’inferno, il fondo.

“…Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio, ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte. […] Insomma, ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò e, morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio, tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Fu lì che credetti di impazzire”. Fu una donna tumultuosa, geniale, le cui ombre della mente e dell’anima la portarono a scrivere versi forti, dolorosi, penetranti. Scrisse brividi, non parole: “…Illumino spesso gli altri ma io rimango sempre al buio…”. Scrisse sulla vita, sulle sue ombre, sulla felicità, sulla cattiveria, sulle donne. “…Sorridi donna, sorridi sempre alla vita, anche se lei non ti sorride. Sorridi agli amori finiti, sorridi ai tuoi dolori. Il tuo sorriso sarà luce per il tuo cammino, faro per naviganti sperduti. Il tuo sorriso sarà un bacio di mamma, un battito d’ali, un raggio di sole per tutti…”. Scrisse sui bambini, scrisse ai figli, ne ebbe quattro, tutte femmine: “…Se vi penso mi giunge immediato al cuore, un sonno ristoratore, un sonno quasi di morte. Ogni volta che vi partorivo, dopo mi addormentavo in pace, sicura di avere compiuto il mio destino…” (Lettera ai figli, 1997).

Manicomi come campi di concentramento.

Una donna emancipata, diversa. Una donna consapevole delle proprie fragilità, consapevole dei propri dolori che compenetravano nelle sue parole schiettamente crude: “…Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara…”. Consapevole di essere diversa, speciale, profonda, immensa, tormentata ma onesta: “…Quelle come me non tradiscono mai, quelle come me hanno valori che sono incastrati nella testa come se fossero pezzi di un puzzle, dove ogni singolo pezzo ha il suo incastro e lì deve andare. Niente per loro è sottotono, niente è superficiale o scontato, non le amiche, non la famiglia, non gli amori che hanno voluto, che hanno cercato, e difeso e sopportato. Quelle come me regalano sogni, anche a costo di rimanerne prive… Quelle come me donano l’anima, perché un’anima da sola, è come una goccia d’acqua nel deserto…”.

Provocatrice disillusa.

Scrisse sull’amore e sugli uomini: “…Ogni uomo della vita mia era il verso di una poesia perduto, straziato, raccolto, abbracciato. Ogni amore della vita mia e cielo e voragine e terra che Maggio per vivere ancora…”. Non si è fatta mancare neanche la popolarità della TV, dove ha espresso tutta la sua sagace ironia. Durante una puntata del Maurizio Costanzo Show simpaticamente disse: “Mi piace perché mi truccano e mi fan dire tante belle cose. Si può chiacchierare. E con tutti ‘sti letterati, ‘sti magistrati e ‘sti professionisti che girano, ogni tanto mi chiedo: ma un cretino con cui parlare non c’è?..”. Troppo poco per la sua ricorrenza. Di cuore, però.