ADDIO SUA MAESTA’!

Non ne sentiremo la mancanza. A dire il vero nemmeno loro. A quando l'Italexit?

Sembra di esser tornati nel 1913, quando, prima che i tedeschi invadessero il Belgio tanto caro alla famiglia reale per i suoi preziosi porti, gli inglesi etichettarono l’imminente scoppio della Prima guerra mondiale come una diatriba legata al continente, qualcosa di barbaro insomma, a cui loro non avrebbero voluto assolutamente prender parte. Solo quando i propri interessi vennero messi a repentaglio Londra si interessò di Berlino e di Vienna, e certamente non lo fece per un senso di dovere o di fratellanza verso Belgrado.

Diciamolo, l’Inghilterra tanto europea non lo è mai stata, e se nel 1973 decise di entrare a far parte dell’ Unione Europea il motivo principale era strettamente legato a migliorie economiche che questa avrebbe apportato alla propria economia. La gabbia europea però, non ha tardato a calare la maschera. Dietro i proclami di pace e di dinamismo economico, è apparso un mostro neoliberista che tramite il deficit e il debito assoggetta i Paesi che difettano in economie di scala e che basano il loro PIL sulla piccola e media produzione. Le conseguenze maggiore di tali dinamiche logicamente ricadono sui lavoratori, soprattutto degli Stati economicamente concorrenziali, che sono costretti, per rimanere competitivi sul mercato, ad attuare una guerra salariale al ribasso così da evitare le conseguenziali delocalizzazioni.

Sebbene tra l’Italia e l’Inghilterra le differenze siano enormi, sia per quanto concerne la mole di mercato prodotto, ma anche dal punto di vista di capitale esportato, pressoché identico appare il rigetto delle classi medie ai Diktat europei. L’introduzione di misure quali il Patto di stabilità e crescita (PSC) – basato sui procedimenti del cosiddetto braccio preventivo e braccio correttivo -, e il Fiscal compact, costituiscono i pilastri necessari per la sudditanza degli organi legislativi ai voleri della BCE, con ripercussioni devastanti sugli stati debitori.

Abbiamo visto recentemente in Grecia quali siano state le conseguenze degli obiettivi imposti da Bruxelles, grazie a Tsipras e a quello che ormai è passato alla storia come il tradimento nei confronti del popolo ellenico, la terra della filosofia si trova oggi ad affrontare un degrado economico che ha portato allo smantellamento di una grossa fetta della sanità e dell’istruzione pubblica e alla conseguenziale svendita al privato. La moltitudine di edifici abbandonati, cuore di quello che era il quartiere dell’economia di Atene, fanno ormai da coperta al numero sempre più crescente di senzatetto e disoccupati.

La BCE per sua natura non è una banca di ultima istanza, dunque non stabilizzatrice, il che significa che davanti a una grande crisi l’obiettivo ultimo rimane quello di non avviare un processo inflazionistico. Non permetterà, dunque, misure d’aggiustamento, non faciliterà la produzione di nuova carta moneta, al contrario premerà affinché il governo imponga misure d’austerity che possano far rientrare il debito quanto prima.

Tale mistificante stabilità, in realtà non è altro che un continuo attacco ai Paesi più deboli. Dal 1992 ad oggi il Bel Paese ha delocalizzato circa il 25% dell’apparato industriale, costringendo i salariati ad accettare stipendi competitivi con quelli dell’Est Europa a tutto vantaggio dei paesi importatori come Germania e Francia. La mancanza di una legislazione adeguata che garantisca il salario minimo per categoria, o impedisca la delocalizzazione appare sempre più necessaria per salvaguardare la dignità dei lavoratori italiani e comunitari in generale. Infatti, sono gli stessi italiani, che andando a lavorare nei paesi economicamente più forti e accettando stipendi mensili inferiori rispetto a quelli dei colleghi tedeschi, francesi e all’epoca inglesi, abbassano la media salariale creando una guerra tra poveri utile soltanto alla classe dirigenziale. Così, come avviene in Italia con la competizione a ribasso attuata dei lavoratori polacchi, rumeni e di qualsivoglia nazione.

Rompere con l’UE e con la reazionaria BCE il cui obiettivo, come abbiamo detto, è quello di mantenere l’inflazione a livello costante non è impossibile come si vuol far credere. Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz infatti:

“L’ Italia fatica dall’ introduzione dell’euro. Se un Paese va male, la colpa è del Paese; se molti Paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l’euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i Paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni – spesso basate su teorie economico politiche screditate – su deficit, debito, e anche riforme strutturali.”

Logicamente non bisogna cedere ai facili programmi e proclami dei populisti e sovranisti, per uscire in maniera indenne della gabbia europea, dato che l’Italia non può contare su una base economicamente stabile come quella inglese che negli USA vede il suo partner principale e dunque una stabilità finanziaria non secondaria, la strategia dovrebbe essere basata sulla rimodulazione del mercato del lavoro nel Bel Paese. Ridare potere d’acquisto e dignità ai lavoratori, socializzando l’economia, eviterebbe un default economico che sarebbe letale per la piccola e media impresa dello Stivale. È fondamentale ricordare che l’80% del gettito fiscale della nazione viene direttamente dalle tasche dei lavoratori, quindi per rompere in maniera lungimirante con il Patto di stabilità è necessario porre la classe media al primo posto e donare nuovamente dignità ai lavoratori, ormai soggetti a una continua erosione dei diritti contrattuali.