ABOLITO IL CANONE RAI?

Al momento rimane un bluff giocato dai Pentastellati per fare cassa ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il Pd. Ma anche altre forze politiche…

Il canone televisivo, impropriamente detto canone Rai, la tassa tanto odiata dagli italiani, pare verrà abolito da una legge, proposta da alcuni deputati del M5S, ma, allo stato attuale, non ancora approvata dalla Camera e dal Senato.

Che cos’è esattamente il canone Rai? È un’imposta sulla detenzione di apparecchi atti o adattabili alla ricezione di radioaudizioni televisive. La natura giuridica del canone si basa sul regio decreto-legge 21 febbraio 1938, n. 246, convertito dalla legge 4 giugno 1938, n. 880 relativo alla “Disciplina degli abbonamenti alle radioaudizioni”, pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale n. 78 del 5 aprile 1938. Provvedimento che non è stato abrogato dal decreto Taglia-leggi del 2010, poiché è stato incluso tra le norme non suscettibili di abrogazione. La sua qualificazione giuridica come imposta è stata sancita dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 284 del 26 giugno 2002. La sentenza n. 24010 del 20 novembre 2007 definisce il canone televisivo come una prestazione tributaria non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio in questione, ma relativa esclusivamente alla detenzione di un apparecchio. La legittimità dell’obbligo è stata confermata anche da altre sentenze di entrambe le Corti.

Maria Laura Paxia

Esistono due tipologie di canone, ordinario e speciale, entrambe soggette a IVA al 4% e alla tassa di concessione governativa (TCG). A partire dal luglio 2016, con la legge di stabilità, è stato addebitato sulle bollette dell’energia elettrica per un importo di 100 euro, per il primo anno dall’entrata in vigore, e rateizzato. Con la legge di stabilità 2018 l’importo è sceso a 90 euro. Le entrate imputabili a questa imposta sono in parte devolute dal governo italiano alla Rai S.p.A., una società per azioni a partecipazione pubblica. Esiste un contratto nazionale di servizio tra la concessionaria e il Ministero dello Sviluppo economico, di durata triennale, previsto dal decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo Unico della Radiotelevisione). Sebbene sia denominato contratto, in realtà si tratta di una fonte semipubblicistica che prevede: fasce orarie protette da video a carattere osceno o violento, obblighi di informazione e di trasmissione di un certo numero di sport, la messa in onda di specifici canali tematici, introiti pubblicitari, il finanziamento di prodotti audiovisivi eccetera. Esiste una convenzione tra l’emittente e l’Agenzia delle Entrate che autorizza la prima alla riscossione presso i contribuenti, come previsto dalla Legge 7 gennaio 1929, n. 4.

La proposta di legge ordinaria, Atto Camera n. 1983, “Abolizione del canone di abbonamento alle radioaudizioni e alla televisione e della relativa tassa di concessione governativa, nonché modifica dell’articolo 38 del testo unico di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, in materia di limiti di affollamento pubblicitario nelle trasmissioni radiotelevisive” è stata presentata ufficialmente il 15 luglio 2019 alla Camera dalla deputata grillina Maria Laura Paxia, membro di commissione di Vigilanza Rai e assegnata il 19 novembre alle Commissioni riunite VII Cultura e IX Trasporti in sede Referente. Paxia è la prima firmataria, seguono le firme di altri cinque deputati dello stesso partito: Rosalba De Giorgi, Fabio Berardini, Emanuele Scagliusi, Carlo Ugo De Girolamo, Caterina Licatini. Contemporaneamente, è stata presentata anche al Senato dal senatore Gianluigi Paragone, primo firmatario, con l’atto n. 1417, per avere un’approvazione celere, evitando di fare il doppio passaggio. Purtroppo così non è stato: la crisi di governo di Ferragosto, un nuovo Esecutivo e l’approvazione della Manovra hanno fatto scivolare la proposta verso il basso nella lista delle priorità.

Si legge nel testo dell’atto parlamentare: “La presente proposta di legge intende abrogare le norme che impongono il pagamento del canone di abbonamento alle radioaudizioni e alla televisione, nonché della relativa tassa di concessione governativa (…). È un’imposta socialmente ingiusta perché colpisce indiscriminatamente e indipendentemente dal reddito, dall’età e dall’utilizzo e, in particolar modo, colpisce le fasce più deboli della popolazione, che potrebbero vedersi negato un servizio pubblico”. Per quanto riguarda l’articolo 38, Limiti di affollamento, Paxia porta il tetto pubblicitario Rai dal 4% (Legge Gasparri) al 15% dell’orario giornaliero di programmazione e al 18% di una determinata e distinta fascia oraria. Restano invariati il limite giornaliero di pubblicità in ambito nazionale del 20%, se comprende forme di pubblicità diverse dagli spot pubblicitari (ad esempio le telepromozioni), e la trasmissione di spot pubblicitari televisivi da parte di emittenti a pagamento che non può eccedere il 12% di ogni ora (circa sette minuti). Inoltre, come dichiarato dalla parlamentare del Movimento, il canone verrebbe sostituito “con un gettito derivante fino al 40% dall’imposta sui servizi digitali, fino al 20% da una tassa sui ricavi delle emittenti radiofoniche e televisive diverse dalla Rai e fino ad un 10% da una tassa sui ricavi delle emittenti a pagamento, anche analogiche”.

Insomma, la nuova Rai senza canone continuerà a essere un’azienda di Stato, ma finanziata interamente con la raccolta pubblicitaria, entrando così in concorrenza con tutti gli operatori radiotelevisivi. I ricavi del canone ammontano a quasi 1,8 milioni di euro all’anno, cioè i due terzi degli incassi totali dell’azienda. Di conseguenza, se venisse approvata la legge, la Rai dovrebbe vivere di pubblicità, ma lo Stato dovrebbe recuperare i circa 300 milioni di euro finora ricavati dal pagamento del canone.

A criticare senza mezzi termini la proposta grillina è la senatrice PD Rita Borioni, consigliere di amministrazione Rai, che vede un futuro indebolimento e una delegittimazione della TV di Stato. Posizione condivisa anche dal consigliere Riccardo Laganà, eletto dai dipendenti del servizio pubblico, che evidenzia la positività della presenza del canone in bolletta, come mezzo per combattere l’evasione e propende più per una ridistribuzione delle risorse che per un’abolizione. Riusciremo davvero a liberarci del canone Rai?